CHET

Memoria di una musica incantevole, ai confini del soave delirio. Chet Baker, il grande trombettista jazz, inizio’ a suonare per gioco e noia, non seguiva mai le partiture e andava ad orecchio. Forse per questo non considerò la carriera di musicista un lavoro. La droga, il carcere in Italia, poi la discesa e la lenta risalita grazie agli amici e ammiratori. Fino a quando il suo corpo fu trovato su un marciapiede di Amsterdam, dopo un volo dal terzo piano di un albergo. Non si è mai capito se si sia trattato di suicidio, di un incidente o di omicidio. Aveva 59 anni.

Chet Baker, Jr. è nato nel 1929 ed è morto ad Amsterdam il 13 maggio 1988.

Giorni fa ho pubblicato su Twitter una foto di Chet Baker. Un ritratto leggermente sfocato nel quale appare di profilo, accucciato su una seggiola pieghevole e intento a fare ciò che ha sempre fatto nella vita: suonare la tromba. Indossa dei pantaloni rosso mattone, una maglietta slavata e sandali grigi, di quelli che il nostro immaginario associa ai turisti tedeschi, e sembra concentrato in un’azione che esclude il mondo circostante. La sedia è piantata in mezzo all’erba, il set è dunque un giardino, ma Baker potrebbe trovarsi in ogni luogo e dunque in nessun luogo come accade solo a chi produce arte. E’ una bella foto ma aggiunge poco alla sterminata collezione di immagini, quasi tutte bellissime, che lo ritraggono. Non ha niente di speciale tranne il fatto che quel luogo, che per lui non esiste, è il giardino di casa mia. Il prato che durante tutte le estati della mia infanzia e adolescenza, ho calpestato. La casa che ancora oggi, nei miei sogni, ritorna come fosse l’unica, la sola che io abbia abitato. Fu progettata negli anni Sessanta dai miei genitori, che scelsero Sabaudia come meta di villeggiatura, preferendo il lago al mare. La villa infatti lambisce le acque salmastre del lago di Paola e possiede l’invidiabile prerogativa di offrire una visuale che non contempla altre costruzioni. Adestra e a sinistra, per chilometri, gli occhi scorgono solo acqua, alberi e canneti. Di fronte, imponente, si staglia l’assurdo profilo del monte Circeo, disteso nel suo sonno millenario. Da ragazzini, con i miei fratelli, avevamo stabilito una sorta di dialogo con la mitica montagna, ci divertivamo a urlare a squarciagola dei saluti, in attesa che l’eco ce li restituisse: “Ciao!” gridavamo con le mani a coppa davanti alla bocca, e in silenzio attendevamo la risposta, puntuale, dopo i fatidici tre secondi: “Ciaooooo”.

Nel giro di pochissimo tempo, la foto di Baker ha scatenato un’infinità di reazioni e commenti come nessuna di quelle pubblicate sul mio profilo: “Mito”, “Invidia pura”, “Emozioni forti”, “La cosa più bella vista oggi su Twitter”. Sono sicura che a Chet Baker avrebbe fatto piacere questo entusiasmo a tanti anni di distanza dalla sua morte. L’avesse saputo in quel periodo, il 1986, l’anno in cui la foto fu scattata, forse ne avrebbe ricavato un po’ di sollievo. La sua vita stava andando alla deriva, l’epilogo era a un passo. O forse non gliene sarebbe importato niente: “Le sole cose che so e che voglio solo suonare e cantare”. Di priorità ne ha una terza, altrettanto imprescindibile: l’eroina. Ineluttabile rifugio dei grandi del jazz.

Insieme a Charlie Parker, Chet Baker cominciò a suonare e a drogarsi. Era poco più che ventenne quando si presentò alle audizioni indette da Parker per scritturare un trombettista degno della sua band (quel giorno si palesarono una quarantina di trombettisti che avrebbero dovuto suonare tre pezzi insieme al grande sassofonista. Quando arrivò il turno di Baker, dopo l’esecuzione di soli due brani, Parker prese il microfono e sentenziò: “Le audizioni sono terminate, grazie a tutti”). Baker e Parker partirono per una lunga tournée nella West Coast e quando quest’ultimo tornò a New York disse agli amici Miles Davis e Dizzy Gillespie. “Ho trovato un ragazzino bianco che vi mangerà vivi.” Si inaugura una stagione memorabile per il ragazzino bianco che aveva cominciato a suonare la tromba per gioco e per noia. Gliel’aveva regalata suo padre, un ripiego dopo un primo tentativo con un trombone, abbandonato perché troppo grande per lui. Ed è chiaro da subito che quello strumento, così difficile da maneggiare, non è altro che un’estensione delle sue braccia, qualcosa che gli apparteneva ancor prima di essere conosciuta. Il talento, l’immane fortuna di ricevere un dono gratuito e imprevedibile, come la bellezza. Tutti i musicisti che nell’arco di un trentennio hanno lavorato con Chet Baker ricordano che non seguiva mai le partiture, conosceva i brani a memoria e suonava “a orecchio”. Forse per questo non ha mai considerato la sua professione un lavoro. Dopo l’esordio con Charlie Parker, Baker si unisce al quartetto di Gerry Mulligan e insieme a lui continua il suo percorso nella musica e nell’eroina. Ascesa e precipizio. Un binomio ormai scontato (sarebbe interessante approfondire seriamente la questione droga/musica, per capire, al di là di tutti i plausibili luoghi comuni, le ragioni profonde che legano l’autodistruzione al polo opposto della creazione artistica. Forse i codici misteriosi del genio non possono essere decifrati diversamente. E siamo onesti, togliamo quel forse).

Gli anni Cinquanta sono i più fortunati anche perché Chet, oltre al talento, ha la “faccia” giusta per la sua epoca. Sembra un adolescente angelico e perverso, combacia con il cliché “Gioventù bruciata” impersonato al cinema da James Dean, e infatti i due si somigliano, anche caratterialmente: taciturni, tenebrosi, attratti dalla velocità. Entrambi hanno la passione delle automobili (alla domanda: “qual è stato il tuo giorno più felice?” Chet risponde: “quando mi sono comprato un’Alfa Romeo SS”). Proprio su quel viso così bello, terribilmente fotogenico, verrà raffigurata la crudeltà dell’eroina. Nel giro di pochi anni la droga gli scava le guance, la pelle come creta crepata dalla siccità, i denti marciti (dell’eroina, ai tempi in cui anch’io ero una ragazza a rischio, mi faceva paura lo scempio inevitabile della bellezza. Temevo più le conseguenze estetiche di quelle neurologiche, e forse è stata la vanità a salvarmi…). Gli arresti si susseguono e così pure le espulsioni da alcuni paesi nei quali si esibisce. Nel 1960 Chet Baker sbarca in Italia, non è la prima volta, ci è già stato in tournée, insieme a diversi musicisti italiani (fra i tanti mi piace ricordare Luca Flores, il pianista morto suicida a cui Kim Rossi Stuart prestò il volto in un film di qualche anno fa, tratto dal libro di Walter Veltroni). E’ un paese che ama, ci torna volentieri. Stavolta lo aspettano a Viareggio per un concerto. Alloggia insieme alla moglie in un albergo a Lucca e decide di raggiungere la Versilia in macchina. Sulla provinciale, si ferma a un distributore, chiede al benzinaio di fare il pieno e va in bagno. Lo ritroveranno un paio d’ore dopo, steso a terra, una siringa accanto. Il concerto salta, e così tutta la tournée. La permanenza in Italia sarà molto più lunga e meno gioiosa del previsto. Gli inquirenti lo accusano di detenzione di sostanze stupefacenti e truffa ai danni dello Stato per falsificazione di ricette mediche (il farmaco incriminato si chiama Palfium, illegale in Italia). La condanna è pesante: sedici mesi di carcere, a Lucca. Durante la prigionia impara l’italiano e, giocoforza, si disintossica. Ottiene il permesso di suonare la tromba per cinque minuti, due volte al giorno. Lo fa sdraiato in branda. Le note scivolano dalle celle ai corridoi, attraversano i cancelli scavalcando le mura della città toscana dove accade spesso che un gruppo di musicisti lì sotto si ritrovi, e improvvisi una jam session in suo onore.

Tornato negli Stati Uniti, nel 1966 è costretto a fermarsi di nuovo. Stavolta non sono le forze dell’ordine a intervenire, ma cinque uomini che lo aspettano al ritorno di un concerto per dargli una lezione. Non si è mai saputo il motivo dell’aggressione ma è facilmente intuibile. Viene picchiato brutalmente, lo lasciano a terra dopo avergli spaccato una bottiglia in faccia. Perde i denti davanti, fatto drammatico per chiunque ma fatale per un trombettista che con le labbra e i denti ci lavora. Sembra davvero la fine. Baker si ritira, va a vivere con la madre. Per pagarsi l’eroina trova impiego in una pompa di benzina. Di lui si perdono le tracce fino al giorno in cui Dizzy Gillespie, sì proprio lui, si ferma con la macchina in quella stazione di servizio (nel copione di un film una scena così risulterebbe improbabile e forzata, ma sappiamo come la realtà superi l’immaginazione), e lo salva. Gli dà i soldi per sistemarsi i denti e lo incoraggia a riprendere in mano la tromba. Baker si esercita a suonare con la protesi dentaria, ma la mancanza di sensibilità compromette il suo stile che riuscirà a ritrovare dopo lunghi sacrifici. Chet is back.

Negli anni Settanta ricomincia a viaggiare, va spesso in Europa, soprattutto in Italia dove può contare su un gruppo di amici musicisti. E’ un decennio rivoluzionario per la musica, e per quanto cool possa essere, il jazz è un genere sempre più defilato. Ma Chet continua a suonare, non sa fare altro. E continua a drogarsi.

Gli piace andare in Olanda perché lì può procurarsi facilmente l’eroina, e in Italia per il calore umano che il nostro paese gli ha sempre dimostrato. Ed ecco che ci avviciniamo a Sabaudia, dove ha avuto inizio questo racconto.

Mauro Zazzarini, sassofonista pontino, organizza da anni un rinomato festival di jazz nel parco comunale di Sabaudia. Mia sorella maggiore, Alessandra, e suo marito Franco, sono grandi appassionati di musica e spesso, nel giardino di quella che ormai è diventata la loro casa, si improvvisano jam session estemporanee. E’ il luogo ideale per suonare, un’oasi lontana dal frastuono dei vacanzieri del lungomare. Il 27 luglio del 1986 è previsto un concerto del Chet Baker Quartet. Insieme al trombettista si esibiranno Leo Mitchell alla batteria, Nicola Stilo al pianoforte e flauto e Lillo Quaratino al contrabbasso. Le prove si svolgono nel giardino della casa sul lago, dove Chet Baker rimarrà ospite per qualche giorno. Non si tratta di un ospite qualsiasi e non soltanto per il nome che porta. L’eroina lo ha devastato, le rughe sembrano incise da un coltello, ha 57 anni ma ne dimostra venti di più anche se il suo viso continua a essere magnifico, così segnato da una dolenza struggente e potentissima. Ricorda Pier Paolo Pasolini anche se nei momenti più luciferini emerge una spaventosa somiglianza con Charles Manson, ma solo nei lineamenti perché Chet Baker è e rimarrà fino alla fine una creatura gentilissima e lievissima, come la sua voce. Roba da far tremare i polsi, ma mia sorella ha un glorioso passato da sessantottina e sa cosa significa avere a che fare con un tossicodipendente. Dopo il concerto si ritroveranno tutti nella villa, per continuare a suonare, ma anche per festeggiare una bambina, mia nipote Eleonora, che quella notte compie sette anni e che probabilmente non capisce la fortuna di essere svegliata dal più grande trombettista vivente che le canta Happy birthday…

Baker a Copenhagen 1978

Chet Baker dormirà nel letto di mia madre, in vacanza altrove, unica stanza disponibile di una casa sempre piena di gente (l’idea che abbia pernottato in camera di mia madre è per me un dettaglio surreale…). Il giorno dopo Alessandra si offre di accompagnarlo alla spiaggia, vuole fargli vedere le dune di Sabaudia e regalargli uno svago, il mare sa essere sempre un avvenimento straordinario. Salgono sulla Mehari, Chet si mette dietro e osserva il panorama. Arrivati sul ponte che conduce al lungomare Alessandra sente un rantolo alle sue spalle, guarda nello specchietto retrovisore e vede il volto di Chet, grondante di sudore, riverso sullo schienale. E’ in piena crisi di astinenza. Lei fa dietrofront, lo lascia a casa e riparte subito dopo per cercare aiuto da un suo amico medico e farsi prescrivere del metadone, in quei casi le soluzioni sono due: eroina o metadone. Ma il medico rifiuta e qualcuno le offre di procurarsi l’altra opzione.

Al mare Chet non ci andò mai, preferiva stare sul lago. A volte prendeva la barchetta attraccata al molo, si allontanava remando, e si metteva a suonare, solo, sull’acqua. Allo scadere del quarto giorno, andò da mia sorella e disse che sarebbe stato meglio per tutti se se ne fosse andato: “Tu hai un bella famiglia, dei bambini, non è sano che io resti qui”. Lei non lo vide mai più. Due anni più tardi il corpo di Chet Baker fu trovato su un marciapiede di Amsterdam, dopo un volo dal terzo piano di un albergo. Non si è mai capito se si sia trattato di suicidio, di un incidente o di omicidio. Aveva 59 anni.

La storia finisce qui, e adesso chiedo a voi che avete letto di ascoltare a occhi chiusi Whilemylady sleeps di Chet Baker.

Francesca d’Aloia il Foglio quotidiano