CREMONINI, LET THEM TALK

CIO’CHE LE CANZONI NON DICONO-Viene prima la musica o la vita? Cesare Cremonini ha ricucito le due parti in un libro pieno di domande. Per anni è stato l’icona della giovinezza, ora ci racconta com’è essere adulti, ma senza orologio al polso

Cesare Cremonini ha scritto un libro sulle sue canzoni, sulla sua vita, sul fatto che la sua vita coincide con le sue canzoni, sul fatto che suonare per lui è praticamente tutto, e sulla domanda che tutto questo pone: viene prima la musica o la vita? Il libro si chiama “Let them talk” (Mondadori), come il primo e unico disco di Hugh Laurie, l’attore che per tutti è il Dottor House, come Anthony Hopkins è il dottor Lecter, come Bela Lugosi è Dracula: nessuno di loro ha avuto scampo dal talento.

Let them talk, lasciali parlare, ha detto a Cremonini il suo psichiatra, l’ultima volta che ci è andato, quando gli ha raccontato che ogni tanto sente ancora chiacchierare i suoi mostri, anche se non li vede più, e però non saprebbe dire cosa dicono. Vengono prima i mostri o le canzoni? Le canzoni tirano fuori i mostri o i mostri tirano fuori le canzoni o entrambe le cose? Come si fa a scoprirlo? Si può? Serve? Quarant’anni di uno che tutti sanno chi è da quando ne aveva diciotto e non una risposta: soltanto domande. Diavolo rosso d’un Cremonini, dimentica la strada.

In “Mia sorella la vita”, Boris Pasternak scrisse: “Ma noi morremo con l’oppressione della ricerca nel cuore” e, subito dopo, “Com’è soporifera la vita! Come sono insonni le scoperte!”.

Cesare Cremonini

“Pasternak, ma lei quando dorme?”, scrisse Marina Cvetaeva, che lesse quelle poesie per giorni portandole con sé ovunque come una borsa, in un breve saggio che venne pubblicato con il titolo “Un acquazzone di luce”, e che per lei fu il solo modo per “tentare una via d’uscita e non finire soffocati”, dal momento che leggere quelle poesie le tolse il respiro e la rapì, invase, infettò, coinvolse completamente. Da allora, Cvetaeva e Pasternak presero a scriversi per anni, dal 1922 al 1935, amandosi pazzamente, senza mai incontrarsi, toccarsi, guardarsi in faccia – “non potrei mai vivere con lui, lo amo troppo”, confidò lei a una sua amica.

E’ una storia splendida e terribile, che a noi sembra inumana e aliena, esagerata, forse persino ridicola. Arriva da un tempo lontano, che fatichiamo a capire perché si viveva immersi e concentrati, mentre noi viviamo distratti e scissi; noi andiamo in vacanza, ci ristoriamo, ci dedichiamo a noi stessi facendoci massaggiare da qualcuno bravo abbastanza da farci dimenticare come ci chiamiamo, così da poter tornare, rigenerati e ribaldi, alla realtà. Le vite degli scrittori e degli artisti che hanno dedicato tutto a quella ricerca che opprimeva il cuore di Pasternak ci sembrano romantiche, dannate, sregolate, forse anche sprecate e insalubri. Ci commuove che Kobe Bryant abbia dedicato tutta la sua vita al basket e sia morto insieme a sua figlia Gianna, alla quale stava insegnando a giocare, e che una volta aveva detto ai tifosi che sarebbe stata la sua erede. Ci piace l’epica sportiva quando ci racconta dedizioni e sacrifici assoluti, mentre fatichiamo a prendere sul serio un poeta che viva per scrivere un verso perfetto, a immaginare un cantante che ogni giorno, per due anni, dalle sei del mattino alle tre di notte, si chiuda in uno studio di registrazione mangiando due pizze a pranzo e una a cena per incidere canzoni pop. “Possibili scenari”, il suo sesto disco con dentro quella che considera la sua canzone più importante, “Nessuno vuole essere Robin”, Cesare Cremonini lo ha scritto così, recluso, ciccione, ossessionato e isolato. Era il 2015, aveva da poco pubblicato un disco perfetto, divertente, elegante, con dentro quella “GreyGoose” che avevamo cantato per mesi a chi amavamo e a chi odiavamo, ai mariti e agli sconosciuti, alle mogli e alle mamme degli altri, alle sveglie, ai capi – Chi sei? Amore, buongiorno, quando ti levi di torno non vedo l’ora che esci e non torni più, il mio amore sei tu.

La perfezione di quel disco, però, non gli bastava. Non era la fine del libro, ma il capitolo centrale. Non era l’ultimo episodio della serie dal quale far partire decine di altri spin off. E così decise di fare il suo “Pet Sound”, qualcosa di pop e inedito ed esemplare, almeno per lui. “Volevo fare un disco influente”, disse a Panorama. E lo fece. Ci aveva lavorato come Brian Wilson lavorò a “Pet Sound”: solo, da pazzi, forse un po’ pazzo. Lontano dagli altri, immune dalle loro pretese e attese. Dagli algoritmi, da quello che funziona come il tempo in un orologio: incalzando lo stesso giro.

Le canzoni hanno una vita sempre più breve e una gestazione sempre meno indipendente: eppure, quel disco fatto di canzoni scritte pensando a un album e non a Spotify, funzionò perfettamente. E dura, continua a durare: suona.

Nel capitolo dedicato a “Nessuno vuole essere Robin”, Cremonini scrive: “Vivere significa ritornare. E per tornare bisogna camminare. L’uomo è l’animale che ci mette di più a rizzarsi in piedi e a staccarsi dalle sottane. Poi, una volta imparato a camminare per bene, scappa, e dopo ci mette una vita per tornare dalla madre e dal padre. Se si ferma, il mostro lo fa fuori. I più sensibili, i predestinati, son bambini malati di nostalgia. Il problema è che se la nostalgia, restando chiusa troppo a lungo, diventa schizofrenia, allora il dolore mentale può essere infinito”. E’ uno dei punti centrali di questo lavoro, e delle ragioni da cui nasce. Non si tratta di un album narrativo, né di una ricostruzione biografica, dello svelamento di quanto c’è di Cesare nelle sue canzoni. Se un racconto c’è è quello di cosa significa arrendersi a essere strumento di un’ossessione, di un talento. “Ho maturato nel corso del tempo la consapevolezza che la mia carriera coincide con la vita al punto che a quarant’anni dovevo cucirle insieme. La mia produzione discografica e musicale è diventata abbastanza ampia da potersi disperdere, per questo ho deciso di attaccarle addosso la vita. Ho osservato a lungo e con attenzione quello che hanno fatto i miei colleghi e ho capito che era mio dovere scegliere se separare o meno le due cose. Nella mia vita, la carriera ha avuto un peso superiore a tutto il resto: se non avessi messo insieme i pezzi attraverso le canzoni e la narrazione musicale delle canzoni, avrei perso presto la possibilità di fare questo mestiere con la stessa intensità”, dice al Foglio. Con questo libro, Cremonini tenta di immunizzarsi dal pericolo di separazione delle carriere, che per lui significherebbe amputazione di un arto, forse due; dal rischio di dividere il fare il musicista dall’esserlo e ritrovarsi poi a dover scegliere una delle due cose. La nota in esergo è una frase incisa sull’anello che il Conte Fersen, suo amante amatissimo, donò a Maria Antonietta. Questa: “Ogni cosa a te mi conduce”. Tutto, nella vita di Cremonini, è musica. I sogni, le ambizioni, l’infanzia, i ricordi, gli amici, le feste, il cibo, i feticci – ogni tanto dorme con una Gibson; al mattino dice ciao al suo pianoforte, che è per metà suo e per metà di suo fratello: un Blüthner del 1935 che sua madre comprò negli anni Ottanta. La sola cosa che non ha a che fare con la musica, e che ad essa non lo conduce è uno stiratore verticale che ha comprato qualche settimana fa, e di cui va orgoglioso come l’avesse inventato lui, avendolo cercato lui, scelto lui. “E poi quando proprio devo liberare la testa, cammino. Faccio sforzi fisici importanti. Faccio sport estremi. Corro in macchina nei rally. E’ fondamentale che ogni cellula del mio corpo sia sottoposta a un enorme stress che mi trascini via”. Ha raccontato ad Aldo Cazzullo, in un’intervista con un titolo enorme – “Così ho combattuto il mostro che abitava dentro di me” –, che la prima volta che è finito da uno psichiatra è stato per caso, perché accompagnava qualcuno, come certe volte raccontano gli attori dei provini che hanno stravolto e deciso le loro vite: erano lì per caso, per il destino di altri. Cremonini aveva finito col parlare con un medico, gli aveva raccontato che ogni tanto aveva un peso sul petto, e vedeva qualcosa che lo tormentava, che stava dentro e fuori di lui, come uno spettro, e che ogni tanto lo vedeva persino, e che aveva cominciato a fargli visita dopo quei due anni passati in studio a scrivere il suo album discontinuo.

“Quello che mi è accaduto ha origini lontane ed è importante parlarne per richiamare l’attenzione su un tema che purtroppo in Italia è ancora troppo trasparente. Nel silenzio e nell’indifferenza molte famiglie affrontano drammi inenarrabili, spesso in solitudine, perché ancora oggi le patologie della mente sono un enorme tabù. Anche i medici, a causa dello stress fortissimo di questi mesi, sono diventati una categoria a forte rischio. Per questo sono in contatto con strutture di Bologna e di Milano. Vorrei rendermi disponibile e fare qualcosa di concreto per chi ogni giorno lotta, per dare più forza alla speranza”.

Il primo a leggere questo libro è stato un cardiologo del Sant’Orsola di Bologna, uno che faceva il barista e leggeva le poesie ai suoi clienti, finché un altro medico lo convinse a laurearsi e diventare chi è oggi. “Un dottore tardivo, una persona per me importantissima”. Gli altri amici lo hanno letto? “Quelli che lo hanno fatto, mi hanno detto che sto aprendomi a un periodo nuovo, con garbo. Per anni sono stato ossessionato dalla discrezione, e ho fatto parlare per me soltanto le canzoni, ma poi mi sono accorto che potevo fare altro, potevo dare al calendario che per me rappresentano, anche una cornice. Quando l’ho capito, mi sono reso conto che più che un libro di formazione, volevo scriverne uno di deformazione: avevo bisogno di decostruire paradossi, esagerazioni, grandi entusiasmi in modo da frazionarli e sentirne meno il peso e la consistenza. Ho iniziato a scrivere canzoni da ragazzino, e non ho mai smesso di avere la sensazione di dover chiedere a qualcuno se quello che facevo andasse bene. Sono un perfezionista maniaco del controllo, probabilmente inguaribile. Jovanotti una volta mi ha detto: devi essere uno che passa 14 ore su un rullante. E sì, lo sono, ce le passo, tutte e quattordici”. Ha avuto genitori molto severi ed esigenti. “Non si diventa disubbidienti senza le privazioni. Per questo sono in fuga perenne da quando sono piccolo”. E’ diventato famoso con una canzone che parla di ali sotto ai piedi, fughe in vespa sui colli di Bologna, vento, vacanza. Ha scritto nel suo libro che “Se Giacomo Leopardi avesse avuto una Vespa, ‘L’infinito’ non sarebbe stato meno bello”, e pure che la vita degli uomini è sempre nel movimento, e che spesso quel movimento non è evoluzione, ma fuga dai problemi: a differenza degli alberi, che i guai devono risolverseli restando immobili, con i mezzi che hanno, noi possiamo scansarli, spesso illudendoci che siamo andati ad aggiustare tutto da un’altra parte.

“Io immobile non posso dire di esserlo stato, perché la mia vita mi ha portato a girare moltissimo. Non so se sia stato un bene o un male, ma so che dalla vespa e dai ricordi bisogna saper scendere e rimanere fermi. Per questo dico che il mio è un libro di deformazione”. C’è una cosa che non smetterà mai di fare, a parte la musica? “Rigirarmi nel letto: non c’è alcun dubbio su questo”. Ma non era insonne? “Impreciso. Io dormo poco, non è che non riesco a dormire. Ho sempre scambiato il giorno con la notte, e nel mio personale musical nel quale ogni tanto sogno di vivere, ballo sotto la pioggia con Fred Astaire. E io sono Gene Kelly. La contraddizione che vivono tutti gli artisti è questa: sentirsi la stella più luminosa del cielo e, appena fa giorno, scoprirsi fiammifero”. Che brutto incubo. “Mai brutto quanto il tempo che passa: mia preoccupazione perenne che però ho attenuato evitando di avere orologi in casa e ai polsi”. Ma ci sono i telefoni! “Basta non guardarli”. Che frase da anziano. Ma giovane, lei, proprio lei che per una generazione è stato l’icona della giovinezza, lo è stato mai? “Sì, ma per poco. Prima del mio primo disco, quindi prima dei miei diciotto anni. Ricordo che a ventitré anni parlavo con i miei coetanei ed erano tutti o smarriti o entusiasti. Io ero già oberato dal peso del lavoro, dall’onere dell’immagine pubblica, ero dentro uno scontro adulto con la realtà, non ero più libero di sbagliare da un pezzo”. E adesso è più libero di sbagliare? Può permettersi di fare un disco pop che sene freghi delle regole pop, può permettersi di cambiare look, di dire male qualcosa senza risentirne? “Non commettere errori non è umano, ma è vero che il contesto nel quale lavoro mi chiede ogni giorno di farlo il meno possibile. Se potessi chiedere a tutti un regalo per Natale, vorrei questo: smettiamola di rimproverarci”. E lei, la smette mai di rimproverarsi? “Questo è più complesso”. Una volta ha scritto su Instagram che affronta i fallimenti cercando un colpevole. “Ma ci avevo messo vicino una faccina che rideva”. E’ lei il colpevole? Guardi che io mi fido di lei, per via di quella canzone che fa “Fidati di me, non sono un latin lover”. “Ed è vera, quella canzone. Come tutte. Lasciamole parlare”. Mi dice se piange? I latin lover non lo fanno o, se lo fanno, recitano.

Simonetta Sciandivasci

“Non è facile vedermi piangere, ormai vivo dentro un’armatura. Piuttosto so commuovermi. Lo faccio davanti a cose ultraterrene oppure banalissime. La voce di Lennon in ‘Mind Games’. Quando cadono le fotografie di famiglia, al solo gesto di raccoglierle. Il documentario di Kusturica su Maradona mi ha stretto la gola per la terza volta. ‘Lettera a un bambino mai nato’ di Oriana Fallaci. Poco tempo fa mi sono venuti gli occhi lucidi guardando ‘Quattro ristoranti’. Sarà il momento”. E’ saggio, sa? “Me lo dice sempre anche Daniela, la mia parrucchiera”

Articolo di Simonetta Sciandivasci per il Foglio Quotidiano