DARIO E LA META’ OSCURA

L’incontro con la paura nell’educazione sentimentale di Dario Argento. La scoperta della metà oscura della sua personalità, mondi sconosciuti che il regista frequentava con entusiasmo, fra immaginazioni spaventose e immagini orribili, puntualmente riproposti nei suoi film.

Non potendo più farlo in piscina −«Sono chiuse quasi da un anno» − Dario Argento nuota nella vasca delle sue fantasie. Lo fa fin da bambino: «I miei genitori mi portarono a vedere l’Amleto con loro, niente fu più uguale a prima».

E continua a inseguire visioni e inquietudini mentre su Roma pioggia e sole si alternano al ritmo dei ricordi. Ha amato molto ma, giura, la sua «grande compagna di vita è rimasta la solitudine. Ho avuto molti amori, è vero, ma erano passioni che andavano e venivano proprio come le tante donne che ho avuto vicino».

Con la distanza del tempo i contorni sfumano e le responsabilità sono dettagli meno rilevanti di quelli che nei suoi film svelavano l’assassino: «Può anche darsi che il colpevole fossi io perché starmi accanto non era facile. Ero capriccioso, esigente, incostante e quasi sicuramente anche geloso».

Di tagli netti e dissolvenze, la vita di Dario Argento è piena. «Della mia infanzia, molto serena, ricordo soprattutto l’incontro con la paura. Mi ha fatto scoprire mondi sconosciuti di cui i miei amici e i miei fratelli non avevano neanche la più lontana idea.

Io invece, grazie alla lettura e alla fantasia, li frequentavo con entusiasmo. Scoprivo abissi della mente, derive a cui ancorarmi, racconti dell’orrore, opere liriche e tragedie che in seguito, nel mio lavoro, si sarebbero dimostrati fondamentali».

Dario Argento

Cos’altro si è dimostrato fondamentale?

 Avere consapevolezza del fatto che c’era una parte di me capace di pensieri orribili e immaginazioni spaventose. La mia metà oscura.

L’ha combattuta?

L’ho coccolata, abbracciata, accudita. Mi ha fatto compagnia e continua a farmela. Mi fa commettere atti crudeli e bruttissimi: è vero. Ma ci dialogo da sempre e non ho mai avuto la tentazione di mediare. Forse per opportunismo: molti di quei pensieri infatti sono nei miei film.

Quali paure l’hanno accompagnata in questi anni?

 Quelle di tutti, credo. Essere aggredito, soffrire fisicamente, incontrare il male. A volte erano paure inconsulte, assolutamente irrazionali.

Da ragazzo non dividevo il letto né concedevo l’intimità della notte a nessuno. Temevo che nel sonno, dando le spalle all’amante, potessi essere ucciso.

Ha mai avuto paura di qualcosa che stava scrivendo?

 Molto spesso. Una notte, persuaso che l’assassino che stavo descrivendo sulla pagina fosse davvero in casa con me, pronto a uccidermi, mi precipitai sulle scale e svegliai il portiere. Era sorpreso. Parlammo a lungo,

Lovecraft sosteneva che l’emozione più antica dell’essere umano è la paura e che la paura più forte sia quella dell’ignoto.

 Ho sempre nutrito una profonda fascinazione per l’inconoscibile, per le stranezze e per le bizzarrie. Le ho inseguite in lunghissimi viaggi che godevo nell’affrontare da solo.

Quando sei solo puoi ragionare su quello che vedi, con gli altri devi verbalizzare e tutto finisce in burletta. Si parla troppo e si capisce poco. Quando sei con te stesso invece comprendi veramente lo spirito dei luoghi.

Il primo viaggio significativo?

In Francia. Un periodo di totale libertà. Dopo avermi organizzato una vacanza studio in Costa Azzurra, che nei piani sarebbe dovuta durare non più di un paio di settimane, mio padre Salvatore aveva assistito incredulo al prolungamento coatto della permanenza francese e aveva iniziato a preoccuparsi. Desiderava che tornassi e così aveva deciso di tagliare i fondi, convinto che bastasse per interrompere il viaggio. Si sbagliava.

 Sognavo a occhi aperti e dormivo ovunque trovassi un giaciglio: dagli ostelli in cui mi infilavo clandestinamente, con il serio rischio di prendere due calci in culo dai custodi, alle stanze fetide divise per un breve periodo con due prostitute sagge e generose.

Mangiavo quel che capitava, vedevo moltissimi film, confondevo l’alba col tramonto. Uno dei periodi più felici della mia vita.

Presto, prima di diventare maggiorenne, iniziò a lavorare nei giornali…

 Conclusa la “vacanza” francese tornai in Italia. Scrivere mi piaceva e mi industriai per dare alla mia passione la parvenza di un mestiere. A scuola, dopo quell’esperienza che mi aveva fatto sentire improvvisamente adulto, non avevo intenzione di tornare. Così mio padre mi presentò Ugo Ugoletti, l’anziano direttore de L’Araldo dello Spettacolo, un piccolo quotidiano che si occupava di sale, incassi ed esercenti.

La sua gavetta?

 Didascalie delle foto, notizie brevi, articoli inutili. In poco tempo però, misteriosamente, mi ritrovai a scrivere per uno dei migliori giornali italiani. Al direttore di Paese Sera, Fausto Coen, non dispiaceva l’idea che qualcuno ragionasse sull’incasso dei film. Da lì, complice anche il caso, presi il largo.

Uno dei principali critici del quotidiano infatti si era ammalato di tisi e mi ritrovai a sostituirlo in corsa. Rispetto a un certo conformismo comunista, lo feci in maniera completamente eterodossa. Parlavo bene dei film che mi piacevano e Coen, preoccupatissimo, era spesso costretto a richiamarmi all’ordine.

Nel 1966 invece ha esordito da attore al fianco di Alberto Sordi

 Ero andato a intervistarlo per il giornale. Lui parlava e ogni tanto si ammutoliva fissandomi con insistenza. Al momento del congedo, mentre salutavo, si avvicinò l’aiuto regista: «Tanto noi ci rivediamo», disse. E così mi ritrovai sul set di Scusi, lei è favorevole o contrario? nel ruolo di chierichetto.

Aveva mai pensato di diventare regista?

 Ancora no. Una spinta decisiva me la diede l’incontro con Sergio Leone. Non amava i lunghi dialoghi, neanche nella vita. Parlava per immagini e per inquadrature. Parlava con il linguaggio del cinema. Viveva di intuizioni e aveva un vero talento per scoprire il talento. Se qualcuno valeva qualcosa, Sergio lo capiva in un secondo.

In lei vide un talento.

 Fece una cosa da pazzo. Mise in mano a due sconosciuti, me e Bernardo Bertolucci, il soggetto di C’era una volta il West. Voleva fare un film diverso dai precedenti, desiderava affidare il ruolo principale a una donna. Pensava che gli sceneggiatori tradizionali del cinema italiano, di donne, non capissero nulla. Cercava ragazzi giovani e investì noi di quella responsabilità.

Bernardo lo incontrò quasi per caso, alla proiezione di un suo film, a due passi dal Viminale. Glielo indicai e volle conoscerlo. Bertolucci fu sciolto e spigliato: «Il suo cinema mi piace», disse sfacciato a Leone. «In particolare amo come riprende il culo dei cavalli: così bene lo fa soltanto John Ford». Leone fu conquistato dalla totale assenza di sovrastrutture e dopo pochi giorni ci propose di collaborare.

E come andò?

Umanamente io e Bernardo ci trovammo benissimo, ma il lavoro durò parecchi mesi e non fu semplice. C’era una volta il West è molto sottile, pieno di svolte, colpi di scena e personaggi che cambiano natura.

Alla fine consegnammo il trattamento e l’amicizia tra me e Sergio, un’amicizia che sembrava dover essere eterna, finì da un giorno all’altro. Per un lungo periodo avevamo condiviso emozioni e viaggi. Eravamo stati persino insieme a vedere con i nostri occhi il disastro che aveva provocato l’alluvione di Firenze nel 1966.

 Finì così, senza una ragione?

 Senza una ragione. Ma il cinema è così. Sembra che l’esperienza in comune leghi le persone per sempre e invece, una volta finito il lavoro, ci si perde di vista come in un branco di nebbia. Non parlai con Sergio, pur continuando a provare affetto per lui, per quasi un ventennio.

Poi, senza alcun preavviso, mentre era in grande difficoltà nella scrittura di C’era una volta in America, si fece nuovamente sentire. Cercava aiuto.

Gli eravamo tornati in mente io e Bernardo e contattò entrambi, separatamente, per tentare di riunire la squadra e chiedendoci se volessimo collaborare con lui. Ma ormai ognuno aveva preso la sua strada e, pur con rammarico, non se ne fece nulla.

Cos’è il set per lei?

Un luogo in cui non mi diverto mai. Non ho mai provato una grande felicità nel realizzare i miei film. Era un lavoro che facevo con metodo e applicazione quasi impiegatizia.

Un lavoro che non di rado mi lasciava totalmente svuotato e che affrontavo senza questa specie di falsa euforia che sembra essere il corollario indispensabile per potersi definire regista. Non ho mai creduto nella falsa euforia: facevo il mio storyboard, facevo in modo di rispettare il mio stile, cercavo di sopravvivere. (Sorride).

Hai mai più litigato su un set?

Mai violentemente perché la violenza non ha mai fatto parte della mia vita. Ma è chiaro che quando si lavora le divergenze di opinione esistono. Ma litigi veri, Musante a parte, mi sono accaduti soltanto con un’attrice spagnola, Cristina Marsillach. Dopo averla vista in uno spot l’avevo scelta per Opera.

Lei era molto giovane e perfetta per il ruolo. Durante la preparazione, tra l’altro, era andato tutto per il verso giusto.

Poi non so cosa successe, ma lei cambiò di colpo. Si vedeva che voleva litigare e iniziò a farlo su ogni singolo aspetto del film: dalle inquadrature alla trasparenza della maglietta. Il rapporto fu pessimo.

Lei ha un carattere dolce, ma ha un carattere.

 Sul set non accetto interferenze. Se un attore arriva con delle idee per migliorare la scena è sempre il benvenuto, se arriva per rompere proditoriamente i coglioni, invece, vuol dire che desidera sabotare il lavoro e io il lavoro non me lo faccio sabotare da nessuno. Il cinema è un meccanismo delicato, un gioco di squadra. Se qualcuno rema contro, arrivare a destinazione è molto faticoso.

I suoi film sono stati studiati in tutto il mondo, eppure in Italia non sempre è stato capito.

Il tempo è galantuomo e non mi sono mai preoccupato troppo della critica. Mi sarebbe piaciuto che alcuni film non fossero bollati pregiudizialmente, ma non me ne sono mai fatto un cruccio. A irritarmi erano altre cose. Mi ricordo una serata-processo al Dams di Bologna, sarà stato il 1972.

Presentavo 4 mosche di velluto grigio e le domande in platea erano insinuanti, ostili e offensive. Si partiva dal solito luogo comune −

«È il regista che sullo schermo fa morire soltanto le donne» − e si arrivava a definirmi senza troppi sofismi ora fascista, ora misogino. Io all’epoca ero stanco, stressato e pieno di problemi nella vita privata. Ma quella sera cercavo di trattenermi, di rispondere in maniera educata e gentile senza cadere nella provocazione.

Ma a un certo punto si alzò un ragazzo. «Smettetela», disse con tono flautato e conciliante, «se non vi piace il suo cinema non c’è bisogno di insultarlo».

Quella difesa pelosa mi fece infuriare più delle accuse gratuite e mi trasformai letteralmente in un altro: «Ascolta, anche tu che fai finta di essere equidistante, con quella cravattina da intellettuale, sei uno stronzo. Un vero stronzo, esattamente come tutti gli altri».

Lo mandai a fare in culo e lo stesso feci con il pubblico che definii «branco di pecore». Alla fine dell’intervento, un intervento sull’importanza del libero pensiero, invece di aver acceso la fiamma del dibattito mi accorsi di averlo spento.

Sempre acceso, con lei, è stato invece il dibattito sulla censura. Con i suoi film ha dovuto combatterla per anni.

 L’operato della censura è stato spesso orrendo con i miei film, tanto da spingermi a vere acrobazie per salvare alcune copie di lavori che dai tagli erano stati devastati. Opera, un film che mi era costato tanto come preparazione e impegno, per esempio dai tagli venne massacrato. Fu una botta durissima. E io caddi in depressione.

Le è capitato spesso?

 Mi è capitato di soffrire per l’esito di alcuni film e di sentirmi a volte svuotato, spossato, senza la voglia di andare avanti. Ho ottant’anni e per lunghissimi periodi della mia vita ho vissuto in albergo. Mi sono sempre piaciuti, gli alberghi. Sono impersonali, perfetti per concentrarsi, non ti appartengono esattamente come tu non appartieni a loro.

Perché me lo racconta?

 Perché in uno dei miei preferiti, l’Hotel Flora, a due passi da via Veneto, nell’inverno del 1976 rischiai di suicidarmi. Stavo preparando Suspiria e le cose sul lavoro andavano alla grande, ma era con me stesso che da qualche tempo le cose non andavano benissimo.

Mi era capitato di svegliarmi una notte con il nitido desiderio di lanciarmi dalla finestra e la stessa cosa mi era successa qualche settimana dopo quando mi era addirittura accaduto di immaginare il dopo, il mio corpo che precipitava a terra, lo schianto, il rumore, i titoli dei giornali.

Mi ero diretto senza dubbi verso gli scuri, ma i mobili, i tavolini e le suppellettili mi avevano impedito di realizzare il proposito. Mi ero risvegliato la mattina dopo in lacrime, aggrovigliato tra le tende e avevo immediatamente telefonato a un amico medico.

«Il suicidio è una strada a senso unico, se la imbocchi tornare indietro è impossibile, ma se devii in tempo dal tuo percorso non ti accadrà più di intraprenderlo».

Come fece a dominare quella pulsione?

 Il mio amico mi consigliò di mettere tutti i mobili della stanza davanti alla porta-finestra. Funzionò. Dovetti combattere ma mi rialzai. Mi tirai su e da allora non ci ho mai più pensato.

La solitudine ha un prezzo.

 In quell’albergo per esempio ogni tanto invitavo qualcuno nel dopo cena per fare festa, ma regolarmente una volta andato via l’ultimo ospite mi sentivo solissimo. Oggi, come ieri, non ho molti amici. La pulsione al piacere della solitudine, come dice lei, un prezzo lo richiede sicuramente. È una dipendenza, la solitudine.

Che rapporto ebbe con le dipendenze?

L’hashish mi ha fatto compagnia per moltissimo tempo. Non mi ricordo neanche chi mi iniziò al vizio, ma se avessi potuto avrei continuato. Ho dovuto smettere, con grande dolore, perché bronchite e tosse non mi davano tregua. Per un breve periodo feci uso anche di cocaina, ma a differenza delle canne, non solo non era una dipendenza forte, ma neanche rimpianta. La cocaina mi dava fastidio. Mi faceva star male. Non mi rilassava. Abbandonarla fu naturale.

Cosa ricorda del suo arresto?

 Qualcuno che non conoscevo aveva spedito un pacco con delle sostanze proibite a mio nome a Fiumicino.

La narcotici l’aveva intercettato ed erano venuti a cercarmi. Feci entrare i finanzieri in casa e candidamente, a precisa domanda, ammisi di essere un fumatore mostrando la modesta quantità di hashisch che detenevo.

Mi portarono via, a Regina Coeli, ma non volevo che la situazione né i titoli dei giornali suonassero come «il grande regista arrestato per droga», così mentre andavamo via cercai comunque di sdrammatizzare.

E come sdrammatizzò?

 «Ahò, mò non famo che me ne vado e ve fumate la robba mia», dissi in romanesco e con il sorriso sulla faccia. Gli agenti risero poco, erano imbarazzati.

Ridere le è sempre piaciuto.

 Almeno quanto spaventare. Nei miei film, anche nelle situazioni più drammatiche, ironia e grottesco non mancano mai.

Cos’è la paura per lei?

 Noir, horror e giallo sono solo parole. Contenitori per i nostri sogni.

La paura è un sentimento.Un’emozione diversa dal brivido che avverti guardando un film che ti terrorizza. La paura nasce dal subconscio e il subconscio, anche se spesso facciamo finta che non esista, ce l’abbiamo tutti.

Si sente un uomo fortunato?

 Fortunatissimo. Non avevo mai pensato di fare cinema e invece fare cinema è diventata un’esigenza fortissima che continua a darmi energia. Ho ancora tanti film in testa, tante storie. E le voglio girare perché senza cinema il mondo mi sembra un posto più povero, vuoto e insignificante. Non ho molte certezze, ma una brilla chiarissima.

Quale?

 Finché in una sala ci sarà qualcuno da impaurire potrò considerarmi una persona contenta.

A maggio tornerà a girare.

 C’è già il titolo, Occhiali neri, e forse anche il cast. È una storia forte a cui penso da molti anni.

Che impressione le fa averne 80?

 Un’impressione strana. Non mi accorgo di avere l’età che ho. Poi accade una cosa curiosa: mi pare che più vado avanti con gli anni e più il mio pubblico ringiovanisca.

Alla morte pensa mai?

Malcom Pagani per “Gq” – www-gqitalia.it