FOFI

CINEMA. UN’ARTE CHE NON HA PIÙ CENTRALITÀ NELLA VITA E NEL CONSUMO DELLA POSTMODERNITA’. NONOSTANTE LA PLETORA DI ARTISTI, O PRESUNTI TALI, PRODUCE -SECONDO GOFFREDO FOFI – REGISTI MALINCONICI E CRITICI SUICIDI PER FRIVOLEZZA. LA COLPA? DELLA SCUOLA E UNIVERSITÀ.

Nel pieno degli anni del fascismo, Luchino Visconti osò scrivere sulla rivista fondata e diretta da Vittorio Mussolini, «Cinema», un violento articolo sullo stato del cinema italiano di quegli anni, e in primis della sua statalissima burocrazia, intitolandolo Cadaveri. Qualche tempo dopo riuscì a girare Ossessione, memore degli insegnamenti di Jean Renoir, e a dare il via con Rossellini alla vera storia del cinema italiano, che è quella di due stagioni rotte da un breve intervallo di Guerra Fredda: l’immediato Dopoguerra del Neorealismo e gli anni Sessanta del boom, poi seppelliti dall’ultima esplosione di vitalità, ora malsana, della nostra società dello spettacolo, quella che molti giovani critici di allora chiamarono con becero entusiasmo del trash (western, horror, poliziottesco, porno-erotico).

C’è qualcuno tra i giovani registi e nella pletora degli aspiranti tali che oserebbe scrivere dei “cadaveri” di oggi? Non è ipotizzabile, perché non è ipotizzabile una generazione di giovani registi all’altezza delle tensioni profonde della nostra epoca, delle sue angosce pre-finali e della sua assenza di speranze e di rivolte.

Goffredo Fofi

Non ci sono mai stati nel corso dei secoli così tanti scrittori e aspiranti scrittori, registi e aspiranti registi, artisti e aspiranti artisti, perché non ci sono mai stati altrettanti alfabetizzati e laureati, e perché l’evoluzione dei mezzi detti di espressione e di comunicazione è diventata uno strumento fondamentale del dominio, e la storia di das Kapital e delle sue prezzolate novità scientifiche e tecnologiche ha da sempre due molle centrali, il Denaro e il Dominio.

Ho visto con interesse e con qualche apprezzamento molti dei film recenti realizzati dai giovani registi italiani, per esempio quelli dell’ultimo festival veneziano – come tante altre manifestazioni, quasi tutte, votato a far circolare merci e immagini e chiacchiere rassicuranti e non a proporre e difendere l’arte e il pensiero. Li ho visti bensì, salvo quelli con mero intento documentario, come qualcosa di inerte e, se non di morto, di catatonico e lontano, ripetizione di ripetizioni e lontanissimo quasi sempre dai bisogni profondi del nostro tempo. Quel che dobbiamo lamentare non è l’assenza di artisti – in tutti i campi, ché anzi ne abbiamo troppi, sono masse e altre masse sono in costante arrivo sfornate da un sistema scolastico che diffonde illusioni e conformità. È finito il cinema for the millions, come lo teorizzavano le majors degli Usa ma anche il compagno Stalin e il camerata Hitler. Si trattava comunque di un cinema che assolveva anche, insieme al compito di distrarre, quello di alfabetizzare, e che fu anche un mezzo di espressione (e spesso un’arte) in grado, perlomeno negli anni del muto, di parlare al signore e al cafone, al “civile” e al “selvaggio”; un cinema che permise un’arte di massa rispondente al gradimento del pubblico ma che poteva diventare vera arte sia in registi che si volevano artisti sia in autori più “collettivi” (e anche questa della creazione collettiva sembrò una cosa nuova e importante che aveva a che fare con la tecnica, con la macchina, anche nel momento dell’ideazione).

Goffredo Fofi (Gubbio 1937) è saggista di cinema e di teatro. Autore prolifico che si è occupato, oltre che di cinema, anche della storia e del costume contemporanei. E’ stato giovanissimo a fianco di Danilo Dolci in Sicilia, si è occupato di migrazione dal sud al nord dell’ Italia negli anni ’60 e delle minoranze. Sensibile al linguaggio delle avanguardie, ha sostenuto l’opera di giovani registi della scuola napoletana come Ciprì e Maresco, di autori “irregolari” come Amelio e Citti.

Furono molti i registi che riuscirono, nel corso del Novecento, a essere grandi Artisti alla pari dei grandi scrittori, poeti, pittori, musicisti contemporanei. E anche, non poi così di rado, dei grandi filosofi, sociologi, antropologi. E dei grandi nomi delle “avanguardie storiche”. Qualche nome? Chaplin, Stroheim, Dreyer, Ejzenštejn, Lang, Murnau, Bunuel, Ford, Rossellini, Bresson, Kurosawa, Ozu, Mizoguchi, Satyajit, Ray, Bergman, Fellini, Antonioni, De Seta, Kazan, Wajda eccetera… e l’ultima grande stagione fu quella delle nouvelles vagues, con autori che furono spesso all’avanguardia di ogni avanguardia, i Godard, Resnais, Tarkovskij, Pasolini, Rocha, Oshima, Cassavetes, Polanski… Eccetera, eccetera… Quanti nomi di registi potremmo aggiungere oggi, di peso e qualità comparabili? Forse, salvo i pochi sopravvissuti, nessuno. Tanti sono i buoni registi di buona volontà, ma quest’epoca affollatissima in generale di artisti, ne ha di altrettanto forti e rappresentativi, e soprattutto all’altezza dei bisogni del tempo, di interpretarne e cantare le scarse speranze e le tante paure? Ma questo discorso non riguarda soltanto il cinema, riguarda tutte le arti e riguarda anche la sociologia e la filosofia, la pedagogia e perfino la teologia, eccetera.

Il cinema non ha più oggi il peso che ha avuto in passato, la centralità nell’esperienza e nel consumo di tutti che stata di ieri. Ma indietro non si torna, il mondo è cambiato, e il consumo di film in sala non è più da tempo un rito collettivo, anche perché tutti – grazie a internet – possono, oltre che scrivere (e anche stampare) quel che gli pare, far film anche con gli smartphone grazie all’evoluzione e democratizzazione della tecnica. E il cinema langue e affanna come arte autonoma, ma nel mentre che anche le altre arti languono nonostante la pletora degli artisti, nonostante le illusioni diffuse dall’“età del narcisismo”. La democratizzazione della “creazione artistica” ha portato non alla morte dell’arte – ché qualcosa da qualche parte continua pure a sbocciare – ma alla sua secondarietà proprio nel momento in cui più ne avremmo bisogno. Del cinema, dell’arte e perfino del pensiero. Tutti possono sentirsi oggi artisti e pensatori, e in quanto al cinema (ma non solo) esso si è fatto di una insignificanza e di una secondarietà imbarazzanti… E immalinconenti. Tante le colpe e di tanti: la scuola, che non fa nulla per tenere in vita la conoscenza del passato e l’intelligenza delle cose presenti, e anzitutto l’Università di ogni ordine e grado, perché il pesce puzza sempre dalla testa; i funzionari e i burocrati; gli investitori, i produttori, le banche; i direttori e i giurati dei festival grandi e piccoli e delle manifestazioni che li imitano; i critici, suicidi per frivolezza, e non solo quelli cinematografici; e tutto o quasi tutto quel che passa su Internet, il luogo che illude tutti di pensare e di sapere, di essere in grado di parlare di tutto e di avere il diritto di parlare di tutto.

Articolo di Goffredo Fofi