IL ROMPISCATOLE

S’INDIGNA MA NON MOLLA. E’ L’INASCOLTATO CHE TUTTI ASCOLTANO, IL KEPLERO DELL’ “IO VE L’AVEVO DETTO”, L’HEGEL DEL “MA LO VOLETE CAPIRE? E CHE CAVOLO!” CRONACHE DALL’OFFENSIVA MEDIATICA DI MASSIMO CACCIARI

Massimo Cacciari, classe 1944, è filosofo, politico, ex sindaco di Venezia e opinionista (LaPresse)

La puttanata, ovvero la fenomenologia dello spirito

C’è un termine decisivo che permette di comprendere la vita di Massimo Cacciari, di accedere all’opera del filosofo e del politico. In pratica, dell’uomo. Questa parola è “puttanata”. “La riforma di Renzi, fatta così, è una puttanata”; “il reddito minimo è una grande puttanata”; “dire che con Salvini sarebbe stata un’ecatombe, è un esempio di puttanata”. La “puttanata” è la sua fenomenologia dello spirito. L’occasione per celebrarlo non è solo lo speciale anniversario del suo esercizio, “il trentennale delle cose che Cacciari dice da trent’anni” (su Twitter è una campagna e un sorriso). E’ in atto un’offensiva televisiva, cartacea, radiofonica strepitosa che lo vede protagonista e che va rigorosamente raccontata. Ed è chiaro che meriterebbe almeno le 782 pagine – anche su questo si è verificata una disputa tra intellettuali (sono 782 o 800?) – la stessa quantità di quel prezioso documento che è la sua tesi di laurea sulla Critica del Giudizio di Immanuel Kant. Dal 1967 è custodita all’università di Padova e sul frontespizio c’è la più valida testimonianza che Cacciari non si può non collocare insieme ai grandi della speculazione.

Massimo Cacciari da giovane

Un problema di estetica: mai con Veronica Lario

Il suo posto non è a “La Confessione” di Peter Gomez su La Nove, ma con i suoi antichi maestri Sergio Bettini, Dino Formaggio, Antonio Banfi, vero riferimento negli anni della formazione con il testo “I problemi di un’estetica filosofica”. E’ stato il suo libro da comodino prima del telecomando, molti anni prima che diventasse lui stesso un media. Cacciari è infatti la prima multipiattaforma, un esempio di integrazione carta-tv-radio-web perfettamente riuscita e su cui non si è mai espressa l’Agcom. In un intervallo di pochi giorni, il suo essere e tempo è stato sviscerato con una furia e una completezza che non ha precedenti. Si può solo restituire una brevissima sintesi. Su YouTube, dove è possibile recuperare l’audio, ha chiarito – e spera in maniera inequivocabile – che non c’è mai stato un flirt con Veronica Lario. Con la stessa fermezza ha rivelato, a Repubblica, che l’unica maglia di calcio che ha indossato è quella di Kakà e che la sua prima partita è stata Milan-Pro Patria: “Fu amore per il Milan”. Da Lilli Gruber ha commentato l’azione di Matteo Renzi: “Le sue minacce sono fuffa, fuffa, fuffa. Mi interessa sapere come saranno spesi i soldi del Recovery”. A Radio Cusano Campus ha avvisato che Giuseppe Conte “ama molto il potere” e che Mario Draghi “non può venire a dirigere questa baracca con una maggioranza tanto fragile”. E su Raitre, a “Cartabianca”, dite un po’ voi come non poteva perdere la pazienza. La domanda era sul Natale. Come lo passerà? E’ il più abusato dei dispositivi di scena, la domanda intimità che sempre trasforma Cacciari, l’esplosione della bomba a raggi gamma.

Non mi tingo i capelli, giuro!

Ci sono argomenti che con lui non andrebbero mai toccati. I capelli che si taglia da solo e che non si tinge (“vi sfido a dimostrarlo”). La famiglia che non può avere perché lui ha letto Nietzsche “e maturato la consapevolezza di non poter fare il padre”. Non è il Natale a irritarlo ma che gli venga chiesto cosa farà a Natale. “Ma cosa vuole che faccia? Un’orgia? Un comizio? Un assembramento a piazza San Marco, a Venezia? Cosa?”. E’ la prima volta che qui si dice e non si creda sia superfluo farlo. Esiste tra Venezia e Cacciari, sua città di nascita, una corrispondenza incurabile come quella fra Heidegger e la foresta nera. La sua casa di San Tomà è la sua vera hütte e non solo perché rifugio-capanna dei suoi trentamila libri. L’altra casa è a Milano, sui Navigli, dove, assicura lui, “non ci sono assembramenti. Io ci abito. Basta!”. Nel libertinaggio, nel suo cambiare opinione si specchia l’acqua storta della laguna. Non si riuscirà mai a illuminare Cacciari se non si mette in relazione con l’instabilità della gondola, con la mappa labirinto di San Marco. Il 19 maggio 1994, in un’intervista a Sette del Corriere della Sera, aveva dichiarato: “Stia tranquillo che al Maurizio Costanzo show non mi vedrà mai”. Cinque mesi dopo si presenta al Maurizio Costanzo show con questa frase: “Se mi consente una citazione: virtus ipsa praemium est”. Dario Borso che ha scritto “Il giovane Cacciari”, un libro tanto confuso quanto simpatico, è convinto che tutto sia cominciato in quel preciso momento. Ma è vero? Ci si può accontentare di questa analisi? Il padre Piero faceva il pediatra. La madre Ermenegilda Momo, detta Gilda, lo ha cresciuto a uova sbattute in calle del Vaporetto, vicino la scuola dei Caleghèri, i calzolai. Del fratello Paolo e perfino del nipote, Tommaso, falegname no global, entrambi comunisti, si è ragionato abbastanza sui giornali locali. Litigano spesso fra fratelli, ma anche fra padre e figlio e zio. Cosa aspettano invece i ricercatori, gli studiosi, a dirigersi al liceo Marco Polo, il liceo dove Cacciari ha studiato? E’ possibile compilare una piccola storia di Venezia che è anche la storia della generazione di Cacciari e di tutte le utopie abortite, ma che hanno generato libri e azzardi indimenticabili.

Come ti stronco l’Ulisse di Joyce

Il compagno di classe di Cacciari è stato quell’erudito di nome Cesare De Michelis, editore della Marsilio, fratello di Gianni e, a sua volta, direttore della rivista d’istituto Il Volto. Si tratta del primo foglio di combattimento che ha ospitato le idee dell’adolescente e la sua dispersa rubrica Die Brücke. Ma la notevole, ai fini di studio, è “I Contemporanei”. A 17 anni, su quella colonna, Cacciari aveva già stroncato l’Ulisse di James Joyce perché “viene a mancare la chiarezza, il discorso logico e subentra la confusione, il gusto della frase che crei musica. E’ la degenerazione della funzione sociale dell’arte”. E sorprende come nessun quotidiano ci abbia ancora pensato, come nessuno abbia ancora deciso di ripubblicare le prime pagine anastatiche dei periodici fondati da Cacciari e associati. “Quaderni rossi” con Asor Rosa, Panzieri, Tronti e Toni Negri. E poi “Progresso Veneto”. Il trimestrale di estetica e critica “Angelus Novus” (bis con De Michelis”) “Contropiano”, “Laboratorio Politico”. Da due di queste, Cacciari si è dimesso: “Il Volto” e “Angelus Novus”. Con le altre si è esaurito il rapporto come con il Pci, partito di cui è stato parlamentare e iscritto dal 1969 al 1983. Non lasciatevi ingannare. Dietro tutti gli errori del mondo, secondo Cacciari, c’è la malinconia del fallimento, il broncio di chi non vuole giustamente invecchiare perché “tremo all’idea che mi parta il cervello”. Da studente ha fatto volantinaggio a Porto Marghera e ha rivendicato che il “tema della salute non se lo inventano né i magistrati né i verdi ma la giovanissima classe operaia di Porto Marghera”. Quindi lui. E’ stato sindaco di Venezia per tre mandati, alcuni suggeriscono quattro (“Paolo Costa era ritenuto la prosecuzione di Cacciari”). Alle ultime elezioni comunali anziché Pier Paolo Baretta avrebbe scelto la giovane Monica Sambo. E si sa come è andata: se solo lo avessero ascoltato… Se la sua unità di misura sono i trent’anni, significa che bisogna tornare indietro agli anni Novanta e che il solo modo per scrivere qualcosa di profondo è, forse, setacciare il suo cammino.

La Sinistra spara cazzate

Per un tempo, che non è poi tanto tempo, Cacciari è stato indicato come una soluzione, e non si può stabilire se definitiva, per la sinistra. Indro Montanelli lo voleva leader del Pds: “Una sinistra con Cacciari mi andrebbe bene”. Trent’anni dopo, sul Giornale di Montanelli, interrogato sul Pd, partito a cui ha creduto perché “questo è il tempo del Pd”, ha chiuso in malo modo i conti: “Da trent’anni la sinistra è un partito di vecchi catorci, da trent’anni spara cazzate. Hanno cambiato la flora (querce, margherite e ulivi) e la fauna. Il Pd, così com’è, deve sbaraccare”. Come non può piacere chi parla in questo modo? Spiega Guido Moltedo, il direttore di Ytali, una rivista internazionale, intelligente e veneziana, che “anche chi detesta Cacciari in realtà lo ammira. E’ l’antipatia che lo rende simpatico”. I libri li ha scritti, e davvero, e sarebbero la sua prima occupazione. Leggerli? Provateci. Qualcuno maligna che le traduzioni in inglese siano così belle addirittura più belle della versione in italiano. Da filosofo ha sempre demolito in maniera vasta e democratica e con la forza del suo lessico: “Ho vergogna di Salvini. Chi non si indigna è un pezzo di merda”. Il sogno di Cacciari è in verità demolire un altro Cacciari. E’ falso dire che rosica. A quel gigante che è stato Norberto Bobbio, ed erano gli anni di Berlusconi, gli anni in cui pure Bobbio, e sul Corriere, proponeva di “fermarlo democraticamente”, ha controbattuto: “Bobbio dice catalanate”. Intendeva Massimo Catalano, il pensatore di Quelli della Notte di Renzo Arbore. Quando i sindaci erano l’avvenire d’Italia, lui a Venezia, Bassolino a Napoli, Bianco a Catania, Orlando a Palermo, Rutelli a Roma, era a Cacciari che Massimo D’Alema si riferiva con l’espressione “sindaci cacicchi”. E l’impazzimento per lui doveva essere tale che ci fu chi lo paragonò addirittura al calciatore brasiliano Jair: “Le serpentine di Massimo seminano scompiglio sia fra gli avversari che fra i compagni”. In trent’anni, la destra lo ha sempre trattato da filosofo e la sinistra non lo ha mai sopportato perché con l’alibi del filosofo la impallina. Non ha mai nascosto di essere stato amico di Gianfranco Miglio e da trent’anni urla che la sinistra non sa dialogare con il capitale (come dargli torto) che ha dimenticato il Nord (verissimo). E’ in questa maniera che riesce a far dimenticare che la sinistra da trent’anni è lui. Con Giovanni Baget Bozzo avrebbe voluto fondare una rivista (ancora?). Un paragrafo lo merita la fondazione della facoltà di filosofia dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano insieme a Don Luigi Verzè perché “don Luigi ha fatto solo del bene”. Quando gli vogliono tirare fuori una cattiveria datata su Berlusconi (è del Cavaliere la battuta “sa che posso presentarla a mia moglie? Lei è più bello di Cacciari”) risponde: “Berlusconi non ha il profilo del criminale. Con le sue cene è stato solo un po’ cafone”. Ecco cosa ha detto invece, sempre in trent’anni, sui suoi compagni di strada. Prodi? “E’ un sociologo d’accatto. Di una banalità assoluta”. D’Alema? “E’ rimasto all’Ottocento”. Bersani? “Un tipino modesto”. Enrico Letta? “Uno debole”. Matteo Renzi? “E’ un capetto, un ducetto”. Di seguito quello che hanno detto di Cacciari i suoi ex compagni. Luciano Violante lo ha definito “un esteta della catastrofe”. D’Alema: “La foto di Cacciari è diventata sinonimo di disgrazia”. Premio menagramo. E con Walter Veltroni, mamma mia! Ha osato sfidare con la mostra del cinema di Roma quella di Venezia che era di Cacciari. La buona sorte ha voluto che non incrociassero le penne.

La politica mi annoia: uffa, che snob

Prima dell’effetto “io non sono stato comunista” che ha colpito molti di cui sopra, Cacciari aveva già consigliato di smitizzare Togliatti, Berlinguer. Di più. “Bisogna cancellare il ’68”. Per la verità aveva ingaggiato, e sul serio trent’anni fa, una interessantissima discussione intorno ai “tecnici” (vedete che alla fine ha ragione lui?) che ha coinvolto nientemeno che Pietro Ingrao. Allora il tecnico era ritenuto Cacciari mentre il politico era Ingrao che annusava già il tranello. Li legava solo il tennis. Cacciari appartiene ancora alla “sinistra tennistica” che è stata una corrente, ma politica: Aldo Natoli, Renzo Trivelli, Lucio Magri, Giuliano Amato, Stefano Rodotà. Uffa che snob. Ma non è questo il suo imperdonabile. Tra i suoi abbagli rimane infatti il “qui ci serve Montezemolo”. E come sarebbe stato bello se Cacciari avesse detto a Cacciari: “Ma cosa dice? Cosa dice!”. Nessuno lo ha mai visto guidare un’auto ed è un’altra caratteristica dei veneziani che sono uomini d’isola. Ci sono leggende sul suo loden, sulla sua cartella, da cui è inseparabile come Wittgenstein dal suo zaino. Ma ce ne sono pure sulle sue donne (“mai con le studentesse”). Nel 2000, quando venne sconfitto alle elezioni regionali da Giancarlo Galan, il Corriere titolò: “Cacciari tradito dalle donne”. La sua versione è radicalmente diversa e più credibile. “Da sindaco, dopo due mesi ero stanco. Volevo già lasciare. La politica mi stanca”. E si doveva giungere fino a qui per farvi partecipi di una verità compresa da Cacciari: “Io mi annoio”. “La società civile? Un esercito di infanti incapaci di arrangiarsi su qualsiasi vicenda umana e terrena. E io, da sindaco, rispondevo: ti faccio l’ordinanza, così smetti di rompermi le palle”. Lui si taglia i capelli da solo ma teme di rimanere solo con se stesso. Non vorrebbe vedere nessuno ma si mostra a milioni di italiani e da trent’anni ci consente, ogni dieci, di aggiornare, questo articolo su Cacciari che lo sapeva almeno da trent’anni. E’ l’inascoltato che tutti ascoltano. Cacciari è l’intramontabile rompiscatole di velluto.

Carmelo Caruso, Il Foglio quotidiano