ILUSTRE DESCONCIDO


IL NIETZSCHE COLOMBIANO: ll popolo non elegge chi lo cura, ma chi lo droga.
Civiltà è ciò che è miracolosamente scampato allo zelo dei governanti.
La società del futuro: una schiavitù senza padroni.
Da sempre, in politica, patrocinare la causa del povero è stato il mezzo più sicuro per arricchirsi.

Nicolàs Gomez Dàvila

Egli stesso scrive, con meravigliosa sintesi: “ tra poche parole è difficile nascondersi come fra pochi alberi”.

Forse per questo ha scritto Escolios, migliaia di epigrammi sugli argomenti più disparati; oppure da lì nasce la mania di seppellirsi letteralmente nella sua smisurata biblioteca di oltre 30 mila volumi; oppure ancora di annegare la sua parola in una strepitosa babele di lingue, che maneggiava disinvoltamente: oltre allo spagnolo e al latino e greco, il portoghese, l’italiano, l’inglese, il francese, il tedesco, il russo, e da ultimo anche il danese, per leggere Kierkegaard in originale. Parlo di Nicolàs Gòmez Dàvila, (Colacho in famiglia) filosofo colombiano, (meglio sarebbe dire che è stato un europeo cattolico che scriveva dal Sudamerica), di cui La Nave di Teseo pubblica in questi giorni De Iure, uscito per la prima volta nel 1988 sulla rivista dell’università Nostra signora del Rosario in Bogotà. Un testo in cui la critica alla modernità è feroce e, particolarmente attuale, quella alla democrazia. In Italia i suoi scritti sono apparsi solo dall’inizio di questo secolo (scovati dal solito Adelphi), grazie a Franco Volpi, filosofo vicentino morto giovane, giusto 10 anni fa.

Scriveva Volpi: “Ci sono scrittori che spuntano inattesi, senza essere annunciati da nulla e da nessuno. Solitari che sopraggiungono all’improvviso, intempestivi e irregolari, e per questo inconfondibili e inimitabili. Per ciò che scrive e per come scrive, il colombiano Gómez Dávila appartiene di diritto al loro novero.”

Circa lo stile nitido, conciso, sul modo aforistico di scrivere di Dàvila, Volpi annota: “ aveva la maledetta ambizione di mettere sempre un libro intero in una pagina, una pagina intera in una frase e una frase in una parola”. De buon aforisma diceva: “deve avere la durezza della pietra e il tremolio delle foglie”.

Ricco, eccentrico, con un talento innato di difficile classificazione, ma questo è un problema nostro di esegeti, non suo come uomo di pensiero. E che pensiero: francamente reazionario, ma acuto come una lama. E’ Dàvila stesso a definirsi “Católico, reaccionario y retardatario”.

La vita appartata e silenziosa che Dàvila condusse finì per risucchiare nell’ombra anche la sua opera, che solo di recente è entrata nei circuiti letterari. D’altronde, non che gli interessasse molto che la sua opera fosse diffusa.

Leggiamo questi 3 aforismi per averne la prova lampante:

 “Vivere con lucidità una vita semplice, silenziosa, discreta, tra libri intelligenti, amando poche persone”

“Ammettere di buon grado che le nostre idee non hanno motivo di interessare chicchessia è il primo passo verso la saggezza.”

“Avere ragione è una ragione in più per non avere alcun successo”

La sua è la visione di un appartato aristocratico che disprezza la sua epoca, in cui sono i peggiori ad avere il potere, ammantati di populismo e demagogia.  

De iure è stato concepito dall’autore nel 1970, negli anni della guerriglia delle FARC in Columbia, anni in cui la autorità cercarono invano di trascinarlo nell’impegno politico.

Nel libro, il primo della nuova collana Krisis della Nave di Teseo, affidata al filosofo Massimo Cacciari e al giurista Natalino Irti, Dàvila affronta i concetti di diritto, la nozione di giustizia, le figure dello Stato.

Alcuni hanno rimproverato a Dàvila le tinte fosche e i toni catastrofisti, accusandolo di idiosincrasia antimoderna, che determinerebbe così la sua reazione verso il mondo passato della tradizione, segnatamente quella cattolica. Reazionario contro la democrazia, cattolico contro il relativismo della verità.

Un cattolicesimo radicale, tradizionale, addirittura preconciliare, secondo il quale, come pure egli ha scritto “argomentare e dedurre, quando si tratta di Dio, costituisce errore, se non addirittura peccato”.

Opportunamente, e sempre Volpi a farlo notare, i sui scritti principali e gli aforismi, in particolare, non vanno interpretati come punti isolati di un mosaico, ma giudicati solo nel loro insieme.

Le tesi di Dàvila sono discutibili, a volte paradossali, quasi provocatorie, ma toccano i nervi scoperti, le fondamenta stesse della nostra concezione sociale e delle sue regole, come la seguente: “ Con il vocabolo “democrazia” designiamo meno un fatto politico che una perversione metafisica. Essenzialmente la democrazia è relativismo assiologico.

Una riflessione potente, incastonata in una lingua limpida e raffinata. Questo testo affronta i temi che da sempre attraggono e tormentano i giuristi. Come rappresentare e spiegare il concetto di diritto, la nozione della giustizia e l’istituzione dello Stato? Lo sguardo critico e lucido di Nicolás Gómez Dávila conduce il lettore all’interno di un percorso storico e speculativo, fino a tracciare una nuova mappa del giuridico, quanto mai ricca di fascino.
“Diritto, Giustizia e Stato vengono ridefiniti da questo poderoso ed eclettico pensatore del Novecento, che non ne perde mai di vista il collegamento con l’etica, la politica, la tradizione, la storia, i giuristi.”
Luigi Garofalo

Oppure: “Le decisioni dispotiche dello Stato moderno le prende infine un burocrate anonimo, subalterno, pusillanime, e probabilmente cornuto.”

O ancora: “ La democrazia ignora la differenza tra verità ed errori; distingue solo tra opinioni popolari ed opinioni impopolari.”

Scomodo, dunque, ma col quale vanno fatti i conti, più che mai oggi in cui, nel grandioso edificio innalzato in due millenni da Cristianesimo e Occidente, appaiono sinistre crepe, senza che da esse traspaia, come cantava Leonard Cohen, un raggio di luce….

Per chi volesse approfondire il pensiero di Nicolàs Gomez Dàvila, consiglio la tesi di laurea di Gabriele Zuppa:

http://eprints-phd.biblio.unitn.it/1142/1/La_teoresi_in_Nicol%C3%A1s_G%C3%B3mez_D%C3%A1vila._Prolegomeni_allo_studio_di_un_classico.pdf
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