IN PROVINCIA

Gianni Celati e il suo canto della provincia padana, comica malinconica e disorientata

Succede questo: che il mondo corre, ma in provincia corre più piano, corre più dentro, non è ancora tutto squadernato, e le facce ritornano una volta e poi ritornano ancora, e allora alla fine nessuno viene davvero dimenticato.

Naturalmente con il giro delle stagioni arrivavano le nuove leve, gli squadroni dei nuovi rampolli della nostra scuola e della città; e ognuno arrivava all’appuntamento convinto che il mondo non aspettasse altro che lui, oppure stizzito se gli sembrava che aspettasse un altro invece che lui. Ognuno per trenta o quarant’anni là a mostrare i suoi vestiti, a fare i suoi confronti, i suoi commenti, e poi via, passato ad altre eterne.

Gianni Celati vive tra l’Italia, l’Africa e l’Inghilterra (da molti anni a Brighton), ma è sempre un ferrarese, uno scrittore con la provincia padana nella testa e nelle dita. Quel tipo di malinconia e di comicità è inconfondibile e indimenticabile, come sono i portici e le piazze, i vicoletti acciottolati e la stazione di notte in cui fermarsi a parlare sempre della stessa donna, quella che al liceo li ha fatti impazzire tutti, la Susanna Zarri. Questi racconti, uniti dal titolo “Costumi degli italiani”, sono come un romanzo frastagliato e rimontato, mostrano con dolcezza gli “eroi pascolanti” che ogni volta ritornano, con i loro tormenti, con le fissazioni che cominciano in quarta ginnasio e sono capaci di condurli al manicomio. L’adolescenza, la giovinezza, l’età adulta, lo smarrimento che non passa e il sesso che aleggia misterioso sopra ogni cosa, ma soprattutto quella mancanza di orientamento, e forse anche di coraggio. C’è in questi pascolanti un’accettazione indolente del proprio destino, nella provincia degli anni Sessanta, la rassegnazione anche verso l’isolamento e l’infelicità.

Pucci che fuma una cicca dietro l’altra sul materasso nel giardino di suo nonno, Bordignoni che si innamora della barista Rossana e ogni mezz’ora va a ordinare un caffè, finché viene ricoverato in ospedale dopo un coccolone. Gianni Celati sa trasformare l’amarezza in comicità, ma non si può non soffrire per questi personaggi di secondo piano, che il mondo non ha mai aspettato, a cui non ha mai rivolto una seconda occhiata. Ci sono però anche le provvisorie celebrità, gli uomini in odor di benessere, le vedove con il petto in fuori. Anzi, ci sono tutti.

Gianni Celati

“Adesso succede questo: torno a casa e non trovo più mio fratello, poi vengo a sapere che mio padre l’aveva mandato via e non voleva più vederlo sotto il suo tetto. Questo perché sospettava amori segreti tra mio fratello e mia madre. Terribile idea! Il fatto è che il mio povero genitore subiva tante umiliazioni dagli aguzzini della sua banca che dopo gli venivano delle fissazioni tremende, con voglie di morire o di spaccare tutto”. Così il figlio deve nascondersi in soffitta, dove la madre gli porta di nascosto da mangiare, e intanto il padre ciabatta in pigiama per casa come un re Salomone decaduto, con una continua voglia di fare l’amore con sua moglie e di farle giurare che nessun incesto è mai avvenuto.

Succede questo: che il mondo corre, ma in provincia corre più piano, corre più dentro, non è ancora tutto squadernato, e le facce ritornano una volta e poi ritornano ancora, e allora alla fine nessuno viene davvero dimenticato.

“Zoffi era lungo e magro, Barattieri più grasso, Fregatti medio e già caldo in giovane età. Amos grassoccio e sbrindellato. Io un quindicenne con l’aria confusa. Che vita! Quanti anni passati a parlare! Quante parole buttate al vento! Quanti libri letti e dimenticati! E poi le selve d’amore! E le nausee d’amore come quelle venute a Zoffi, caduto innamorato di sua cugina Urania. Io vorrei sapere dove sono andati a finire tutti quanti, e se siamo davvero esistiti, se è proprio questa la vita. Oppure è tutto un errore, solo dei lampi, brividi, non si sa”. Non si sa se questi siano versi, o un canzone, o solo costumi degli italiani.

Recensione di Annalena Benini per Il Foglio quotidiano del libro di Gianni Celati, “Costumi degli italiani” Quodlibet editore