LA CADUTA DI FOFO’

NOMEN OMEN- CHE SIA IN BUONAFEDE, ADDIRITTURA IGNARO, ORAMAI NON LO METTE IN DUBBIO NESSUNO. CHE POSSA RIMANERE SULLA GRATICOLA, E’ DURA. MEGLIO SAREBBE STATO PER LUI RIMANERE DEEJAY PIUTTOSTO CHE STARE DIETRO ALLE TOGHE.

Dicono che Conte per un attimo (ma solo un attimo) abbia addirittura pensato alle dimissioni, pur di evitare che il suo amico Alfonso mercoledì arrivi in Senato a parlare di Giustizia provocando la slavina definitiva. In Aula. “Dio ce ne scampi. Non sopravviveremmo”. E nel pronunciare queste parole a Palazzo Chigi mettono su lo sguardo che devono avere i vitelli in procinto d’essere sospinti sul treno diretto al mattatoio. Pure i grillini della commissione Giustizia tremano all’idea di Bonafede che spiega e sottopone al voto dell’Aula il suo programma sulla Giustizia. “Ma non si può rinviare?”, chiedono. Occhi a palla. Sudore freddo. Sguardi cosmici. “Magari lo sostituissero”, era d’altra parte l’auspicio del capogruppo del Pd in commissione Giustizia, Alfredo Bazoli, appena qualche mese fa. A maggio era ancora possibile. Quasi senza conseguenze. Ma Conte non volle. Chissà se ora se n’è pentito. Bonafede e la sua relazione fatale, dunque. “Gliela stiamo scrivendo bene. La stiamo limando”, giurano gli uffici del ministero. Lui dovrà solo leggere. Vero. Ma come dice il saggio: anche se a una mucca dai da bere del cacao non è che mungerai cioccolata.

Alfonso Bonafede

E così sul governo debilitato pesa il fattore “F”. Il fattore Fofò, appunto. Solo lui, il dj elevatosi al rango di ministro Guardasigilli, il ragazzo di Mazara del Vallo passato dalla musica di Gigi D’Agostino alla toga di Piero Calamandrei, mercoledì potrebbe riuscire nel miracolo di far votare allo stesso modo (cioè contro il governo), sia Renzi sia l’Udc, con l’assenza strategica di alcuni riformisti del Pd. In pratica i costruttori di Conte e quelli che Conte invece lo vorrebbero distruggere. Tutti insieme. “Signor colonnello, è successa una cosa incredibile: i tedeschi si sono alleati con gli americani”. Potenza del fattore F. “Ma vi pare che io possa andare in un posto dove c’è Bonafede?”, dice per esempio Luigi Vitali, il senatore che tutti i reclutatori di Conte in queste ore corteggiano in quel ramo del Parlamento in cui il governo si tiene in piedi con tre senatori a vita e due ex Forza Italia. Pure Clemente Mastella ha già detto che “mia moglie Sandra ha più di qualche dubbio su questa relazione”. Più chiaro di così? Un altro voto in meno. Da 156 che erano nel giorno della fiducia a 155. E Liliana Segre tornerà davvero di nuovo giù da Milano, anche stavolta? E Maria Rosaria Rossi, che è stata così vicina a Silvio Berlusconi? Davvero Maria Rosaria Rossi voterebbe per Bonafede? Ecco, sono già 154, forse 153… Il guaio del fattore F. Tutti lo hanno capito, tranne lui. Tranne Fofò medesimo, il ministro e avvocato — si presume dunque laureato in Giurisprudenza — che confonde la colpa con il dolo e crede che 41 bis e 416 bis siano all’incirca la stessa cosa. “Ma esattamente la laurea chi gliel’ha data?”, si chiedeva Andrea Romano, parlamentare del Pd.

Pare che ieri sera, Bruno Tabacci, l’infaticabile cercatore di responsabili, lui che va in giro per corridoi con il lanternino, se lo sia trovato di fronte assieme a Luigi Di Maio. A Palazzo Chigi. Era sorridente e tranquillo, Fofò. Tabacci spiegava con preoccupazione che mercoledì ci si va a schiantare. E quello sorrideva. Sorrideva di quel suo sorriso costante, appena accennato, inspiegabile ma perenne. Come stampato sul volto. Sorride sempre Fofò. Raffaele Cantone gli dice che la legge Spazzacorrotti è “scritta così male che rischia di alimentare la corruzione”, e lui sorride. Gherardo Colombo gli fa sapere che la riforma della prescrizione è “uno strabismo legislativo”, e lui sorride. Carlo Nordio la chiama “una mostruosità”, e lui sorride. Edmondo Bruti Liberati dice che “non ci sarebbe niente di male se il ministro dicesse scusate ho sbagliato”, e lui sorride. Nino Di Matteo lo accusa addirittura d’essersi piegato alle pressioni della mafia, e lui (prima di sbottare) sorride. Dunque ora la maggioranza barcolla, Renzi sente vicina l’ora della vendetta, e lui che fa? Sorride sotto il gilet, davanti a Tabacci. Sorride sotto quell’abito da terno al lotto, quel vestito grigio che indossa da quando è entrato in Parlamento nel 2013, l’abito che Vittorio Sgarbi ha così commentato: “Vedete, non ogni massa grigia ha a che vedere col cervello”. E c’è qualcosa di circolare in questa maledizione del fattore “F”. Riguarda Giuseppe Conte, ovviamente. Fu Bonafede infatti a portarlo a Palazzo Chigi, a presentarlo a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini. E potrebbe essere sempre Bonafede ad accompagnare adesso il professore all’uscita. Conte non l’ha mollato quando ancora poteva, per simpatia e gratitudine. Ma come diceva Sciascia, “è spesso un errore cedere all’amicizia”.

Articolo di Salvatore Merlo il Foglio quotidiano