LA CIOCCOLATAIA

      Eccolo, il più bel pastello mai visto

«Nemmeno una goccia. Non devo rovesciarne nemmeno una goccia». La cioccolata sfiora i bordi della tazza. La cameriera si concentra. «Così, in equilibrio. Schiena dritta, vai avanti». Un passo dopo l’altro verso il salotto. Dentro il salotto. «E quello strano tizio con l’album da disegno? Cosa vuole da me?». Forse il vassoio ondeggia. «No, non sorridere. Non devi sorridere». Forse il vassoio ondeggia ancora. Non lo sapremo mai. Possiamo solo immaginare la scena.

Vienna, palazzo nobiliare. Anno 1744. Lei: anonima, giovane e bella domestica decisa a prendere seriamente il vitale compito di servire cioccolata calda a un’altrettanto imprecisata signora. Lui: Jean-Étienne Liotard (1702-1789), artista itinerante, il divino dei pastelli, richiesto eppure temuto (che realismo nei suoi quadri…), svizzero di nascita ma esotico quanto basta da presentarsi con colbacco e barba lunga tra gentildonne e messeri incipriati. Liotard, altrimenti detto «il turco». L’incontro tra i due porta a un ritratto, La belle chocolatière (in tedesco, Das Schokoladenmädchen). Immortalata su pergamena, la ragazza senza nome incede impettita. L’artista usa le matite, accomoda colori, taglia netti i profili, avanza per campiture. Il risultato finale ricorda più la tempera dei miniaturisti ginevrini che le ovattate atmosfere dei pastelli in voga. Eppure è Rosalba Carriera — la pittrice più acclamata dell’epoca, l’italiana vezzeggiata dai nobili di mezza Europa che corrono a mettersi in posa, prediletta dei reali di Francia — a definire subito questo ritratto «il più bel pastello mai visto». Un giudizio di peso. L’ascesa verso il successo della ragazza del cioccolato è appena cominciata.

La belle chocolatière è oggi una delle attrazioni principali della Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda. E qui, fino al 6 gennaio, si svolge la mostra che come titolo ha proprio le parole di Rosalba Carriera: The most beautiful pastel ever seen. Cento opere, di Jean-Étienne Liotard e in dialogo con esse. Stella indiscussa, lei e solo lei: la fascinosa domestica.

La storia del «più bel pastello mai visto» comincia per caso. Liotard è un personaggio bizzarro, nato a Ginevra, emigrato a Parigi e lì scartato dall’Acadèmie Royale. Ama i pastelli per affinità artistica e praticità: vuole viaggiare, cercarsi committenze nel mondo, scarta tele e tubetti («Non sono maneggevoli»). Nel 1735 è in Italia, quattro anni dopo a Costantinopoli tra diplomatici e ricchissimi mercanti (da qui, l’attrazione per i costumi orientali), poi nel principato di Moldavia. Vagabondo e geniale, fa breccia nelle corti. Una delle sue modelle, spiazzata dalla verosimiglianza di un disegno appena con- cluso, lo prende in giro: «Mio caro, i vostri meriti si riducono alla bella barba». È Jeanne Antoinette Poisson, meglio nota come Madame de Pompadour, la favorita di Luigi XV.

Nel 1743 Jean-Étienne Liotard fa tappa a Vienna. Maria Teresa, arciduchessa e futura imperatrice, desidera nuove effigi per sé e i propri figli, utili anche per combinare matrimoni. Duchi, duchesse, re e imperatori. Infine lei: la donna del cioccolato. Una semplice domestica, incrociata in un salotto, viene immortalata dal ritrattista dei potenti. L’autore non tiene l’opera per sé a lungo: passa di mano, venduta per 120 zecchini, quando nel 1745 l’ennesima peregrinazione porta Liotard a Venezia e all’incontro con lo scrittore e mercante d’arte Francesco Algarotti. Il pastello diventa poi proprietà di Augusto III di Polonia che, il 13 febbraio 1751, scrive soddisfatto all’amico Pierre-Jean Mariette: «Ho comprato un disegno alto tre piedi dal celebre Liotard. Mostra una cameriera tedesca. L’immagine ha una modellazione perfetta». Una cameriera nel pastellkabinett tra eroi e teste coronate? Scompiglio. Clamore. Ma il collezionista ha colto, oltre al fascino, la novità: in cornice c’è la celebrazione della vita quotidiana che prende piede.

Diventata patrimonio di Stato, la pergamena viene esposta allo Zwinger. Ed è proprio nel palazzo di Dresda che la nota un americano: la ragazza del «più bel pastello mai visto» sta per diventare un’icona pop. L’uomo è Henry L. Pierce, guida la Baker ’s chocolate company, colosso statunitense del cacao, ed è folgorato: la signorina sembra fatta apposta per la pubblicità mentre porta, diligente, una bevanda che nelle corti del XVIII secolo era diventata una vera mania (lusso esotico sdoganato anche dalla Chiesa che non la riteneva pericolosa per i precetti di digiuno). Dalla passione di allora a quella più moderna il passo è breve: comprati i diritti per l’uso del pastello nel 1883, la Baker è la prima azienda a fare della sconosciuta un marchio di fabbrica. Riprodotta sulle scatole di latta — anch’esse in mostra — la servetta arriva in milioni di case. Nei ricettari trova vita propria, una storia: tra un ingrediente e l’altro le massaie possono leggere le avventure della figlia di un cavaliere decaduto diventata principessa. Di pari passo, circola la tesi secondo cui l’anonima di Liotard sia una certa Nannerl Baldauf, commessa di pasticceria capace di ammaliare il conte di Dretrichstein. Chissà. Chi in realtà dimenticherà presto la ragazza è proprio il creatore del suo mito: Liotard nel 1781 pubblica il Traité des principes et des règles de la peinture, guida al bel pastello che della cameriera non fa cenno. Lui: eccentrico fino alla fine. Lei: Cenerentola viennese, saprà girare il mondo da sé.

               “La bella cioccolataia” di Jean-Etienne Liotard

Che vita maledetta/ è il far la cameriera!…/È mezz’ora che sbatto./ Il cioccolatte è fatto/ ed a me tocca/ restare a odorarlo/ a secca bocca…./ Per Bacco, vo’ assaggiarlo!/ Com’è buono!”
Così canta Despina in “Così fan tutte” di Mozart (qui)
Meno golosa e meno impaziente sembra “La bella cioccolataia”, ritratta tra il 1743 e il ’45 da Jean-Etienne Liotard (1702-1789) nel pastello su pergamena (82×52), attualmente conservato alla Gemäldegalerie di Dresda.

Eccola che cammina, tutta impettita con lo sguardo diritto davanti a sé e così concentrata da non cedere nemmeno alla tentazione di un sorriso.

Sa che ci vuole una grande attenzione per trasportare la tazza con la cioccolata senza versarne nemmeno una goccia.
Sarebbe davvero un guaio sprecarla!
All’epoca la cioccolata è un genere di gran lusso, riservato solo alle classi più agiate.
Per servirla si usano le suppellettili più pregiate: qui, per esempio, il vassoio laccato è una “chinoiserie” d’importazione, la tazza è in porcellana di Meissen, il supporto per impedire di rovesciarsi, la cosiddetta trembleuse, è in argento massiccio.
Accanto alla cioccolata, preparata molto densa e servita bella calda, non manca il bicchiere d’acqua indispensabile per una corretta degustazione.
A Vienna, alla corte dell’imperatrice Maria Teresa, la cioccolata mattutina è diventata un’abitudine: da quando la Chiesa ha dichiarato che la dolce bevanda non infrange nemmeno l’obbligo del digiuno, anche i più osservanti possono abbandonarsi senza rimorso alla golosità.
E chissà che anche  Jean-Etienne Liotard non condivida questo piacere.
Svizzero di nascita è arrivato a Vienna, preceduto dalla fama di grande ritrattista, capace di usare, come pochi, i colori a pastello; l’imperatrice lo apprezza a tal punto che gli ha commissionato il suo ritratto, insieme a quello dei suoi familiari e degli altri componenti della corte.
Si dice anche che lo abbia preso in grande simpatia e non è da escludere che gli abbia pure concesso di partecipare a una di quelle raffinate colazioni che sono diventate uno dei suoi svaghi preferiti.
C’è solo da immaginarsi la scena in quei salotti tappezzati di seta con i mobili dorati e i tavoli pieni di ninnoli di porcellana: Liotard, con il suo abito “alla turchesca”, il colbacco di pelliccia e la folta barba nera che ha cominciato a sfoggiare dopo un lungo soggiorno alla corte ottomana, probabilmente, spicca come un elemento alieno tra le gentildonne abbigliate di seta e i gentiluomini sbarbati e incipriati, mentre si siede, apre la scatola di pastelli e si mette a ritrarre la graziosa servetta che porta la cioccolata, con la stessa cura che ha riservato ai più aristocratici dei cortigiani.
Con calma, delinea, su uno sfondo neutro, con pochi colori nella gamma ristretta del grigio del rosa e dell’ocra, la figura della giovane donna col suo grembiule di un bianco immacolato e il suo abbigliamento sobrio, ma non esente da qualche civetteria, che avanza immersa in una luce fredda e chiara.

Nessuna sfumatura, nessuno di quei “tocchi di cipria” che hanno fatto la fortuna della più celebre pastellista del tempo, Rosalba Carriera (ne ho parlato qui).

La sua, invece, è una pittura nitida, rifinita con un’accuratezza che risente della sua formazioni di miniaturista.
Nella composizione non c’è alcun elemento superfluo: solo il vassoio, la tazza e il bicchiere d’acqua, in cui si riflette la luce delle finestre che illuminano l’ambiente.
Una pittura precisa, raffinata e aggraziata, talmente piacevole da procurargli subito un acquirente non di poco conto: il filosofo e scrittore veneziano Francesco Algarotti che non bada a spese pur di assicurarsi il pastello per conto del grande collezionista Augusto di Sassonia.

La bella cioccolataia passa dunque da Vienna a Dresda: e lì sarebbe rimasta, garbata e imperturbabile, nella penombra di quel palazzo, trasformato in museo, se non fosse stata notata, a fine ‘800, dal presidente di una ditta americana di cioccolato, la Baker, che decide di acquistare i diritti  di riproduzione per farne il suo marchio di fabbrica.

Senza sapere di concederle, così, una seconda vita.
Stampata su innumerevoli scatole di latta con l’etichetta “La belle chocolatière”, l’immagine della giovane diventa, se non famosa, almeno conosciuta e entra, all’ora di colazione, in molte delle case, anzi, delle cucine americane.
Col suo garbo discreto di damina d’altri tempi, affascina e desta curiosità.
Al punto che qualche accorto pubblicitario pensa di aumentare i consumi, solleticando  i sogni delle casalinghe e ricreando per lei, in un inserto del libro di ricette della Baker, tra una spiegazione e l’altra di una torta, una vita da protagonista di un romanzo rosa: figlia di un cavaliere squattrinato, obbligata dalla miseria a lavorare in un negozio di cioccolato, avrebbe conquistato l’amore di un principe che, vincendo tutti gli ostacoli, l’avrebbe fatta sua sposa.
Dall’Europa agli Stati Uniti, da servetta a principessa, la strada è stata, davvero, lunga.
Ma, esposta in un museo, o riprodotta nell’etichetta di una confezione, questa gentile figura di donna ha mantenuto intatto il suo incanto.
Il fatto è che in quel giorno lontano, alla corte di Vienna, un eccentrico pittore svizzero ha compiuto un capolavoro.
Ritraendo il suo volto pulito, le sue guance sfumate di rosa, i capelli che escono dalla vezzosa cuffietta ornata di pizzo, Liotard ha creato un’immagine perfetta di grazia femminile, destinata ad attraversare i secoli, avvolta nell’intensa scia dell’aroma del cioccolato.