LA PERDITA DEL PROSCIUTTO

In viaggio con Maurizio Maggiari 1 – La visita dei soliti ignoti e una disgraziatissima rapina.

Inizia con questo la pubblicazione di tre articoli di Maurizio Maggiani, una delle voci più curiose e originali della odierna narrativa italiana. Di lui avevo già pubblicato I cinghiali richiedenti asilo (https://www.ninconanco.it/i-cinghiali-richiedenti-asilo/). Di tendenze anarchiche e libertarie, Maggiani è un irregolare che perviene tardi alla letteratura , dopo svariati e improbabili mestieri, conservando forti radici con la sua terra contadina, e uno sguardo tollerante e autoironico. Vincitore di diversi premi, fra i quali il Campiello e lo Strega, collabora abitualmente con riviste e quotidiani. Da Il Secolo XIX sono tratti, appunto, i tre articoli che ho scelto e che propongo alla vostra lettura in questi giorni agostani.

” Sono nato il primo di ottobre del 1951 da Dino, detto Dinetto per il suo animo gentile, e da Maria, detta Adorna in memoria della mula preferita da suo padre, mio nonno Armando, detto Garibà, Garibaldi, per il suo carattere, portamento e tempra politica. Sono nato nella casa costruita da mio nonno con gli scarti della fornace di mattoni del paese a ridosso della via Aurelia, nella frazione Molicciara di Castelnuovo Magra, la piana che dai suoi abitanti è chiamata Luni, perché è lì, da qualche parte nei campi, che ancora inciampano sulle rovine dell’antica città romana. La casa aveva un’aia, un orto e al di là dell’orto i campi che i miei avevano in affitto per coltivare patate, cavoli e formentone; lì io sono cresciuto indisturbato e felice. ” Presentazione tratta dal sito: http://mauriziomaggiani.feltrinellieditore.it

Ci hanno rapinato la casa, è stato con ogni probabilità nel cuore della notte, la casa era deserta; hanno divelto la pesante porta di ingresso usando una mazza e una lunga ascia, la mazza se la sono portata loro, l’ascia c’è l’abbiamo messa noi, è l’attrezzo che usiamo per preparare la legna del forno, l’hanno trovata nella rimessa e l’hanno lasciata sul pavimento in mezzo alla cucina, quell’ascia lì sul pavimento è stata l’immagine più sinistra in cui ci siamo imbattuti nel nostro primo ingesso, aveva un che di film dell’orrore.

Per il resto è stato fatto un lavoro piuttosto pulito, da specialisti, nessun oltraggio superfluo agli arredi, nessun vandalismo gratuito, solo manomissioni funzionali allo scopo. Per questa ragione ci siamo trovati tutti i nostri libri a terra; non abbiamo una biblioteca di collezione ma solo di uso, dunque teniamo solo i libri che ci paiono essenziali, a questo punto della vita e del lavoro non più di quattromila volumi. Ma quattromila libri sparpagliati sul pavimento sono un mare, ci siamo trovati letteralmente a camminare per la casa con i libri alle ginocchia; libri e nugoli di lettere, faldoni squadernati di documenti, migliaia di raccoglitori di negativi fotografici, l’archivio di un’intensa vita personale e professionale. Un vero disastro, abbiamo impiegato cinque giorni solo per risistemare tutta quella carta, ma non se ne può fare una colpa specifica ai notturni visitatori, non è verosimile un accanimento barbarico teso a demolire le nostre fondamenta culturali; semplicemente pensavano che i libri che noi leggiamo perché ci diano luce servissero in verità a tutt’altro scopro, a nascondere ciò che andavano cercando e non trovavano, e non trovavano perché non c’è: una cassaforte. In effetti da quando mondo è mondo le cassaforti si nascondono nelle librerie. I visitatori si aspettavano di più dalla nostra bella casa, ben di più di un orologio e qualche vecchia gioia che siamo soliti lasciare in discreta evidenza sul comò per un’occasione del genere, e devo dare atto della loro pazienza nel cercare e nella loro reazione composta nel non trovare, nessun danno, ripeto, a parte il necessario; vuoi mica che tutti quei libri li abbiamo messi sull’avviso di una casa di lavoratori della mente e dunque di modesti mezzi?

Credo proprio che sia andata così, e che abbiano avuto in qualche modo rispetto per le ragioni dei modesti frutti. Che poi proprio modesti non lo sono stati, visto che a una approfondita ispezione ho scoperto che mi è stato sottratto il grande, grasso e ben invecchiato prosciutto che conservavo nella dispensa in previsione di un autunno di bagordi; non era un prosciutto qualunque, veniva da un maturo suino allevato felicemente con nutrimenti naturali in un’ampia e linda porcilaia munita di acqua corrente e pesino di un copertone di autotreno appeso a mo’ di altalena per un po’ di sano svago, ho fatto una coda di tre lunghi anni per averlo, e pagarlo a peso d’oro, il mio unico, inestimabile gioiello. Tra i non pochi incomodi quella del prosciuttone è stata una perdita che ha dell’irreparabile e che almeno al momento non credo di riuscire a perdonare, ma nonostante il dispetto e l’afflizione, come non posso ripensare al colpo dei soliti ignoti, alla consolazione della pasta e fagioli dopo una disgraziatissima notte di rapina?

Articolo apparso su Il Secolo XIX, 12 agosto 2018.

Lascia un commento

Potrebbe piacerti anche Altri di autore