LA PIAZZA

Avevo postato tempo addietro questa poesia, quasi quattro anni sono passati. Oggi la rileggo per caso, trovandola segnalata fra i pezzi più letti del blog. Uso il termine “pezzi” con timore, quasi per evitare un (involontario) impoverimento. Non la ricordavo così bella, a riprova che, se cambia l’occhio e il cuore di chi legge, cambiano anche i versi, che si rivestono di nuovo, svelano aspetti riposti o sfumati, col loro sottofondo chiaroscurale o l’agrodolce di una vita passata.

La rileggo lentamente, assaporandola, guardando la piazza vuota dalla soffitta da cui scrivo, anch’essa ora deserta per il Covid. La città deserta di oggi non può essere un luogo di incontri; anzi sei pronto ad evitarli se mai dovessero succedere.

Raboni, in questa poesia, la popola nella maniera più bella, la ricostruisce come un set cinematografico. La ricrea con la stessa maestria che Fellini usava per la sua piazza di fronte al Grand Hotel di Rimini. Là le immagini, qui le parole, lo stesso fascino, ultimo e stupefatto, che la poesia porta con sè.

Ecco i personaggi, “altrimenti introvabili”, apparire nella memoria e nel ricordo del poeta, per animare portici, affollare caffè, negozi e pensiline, con quel brusio e quell’animato va e vieni che oggi manca e fa spettrali, nelle ore del coprifuoco, le nostre città.

Là il padre che fuma lentamente al tavolino di un bar (ma le Turmac col filtro le fanno ancora?).

Lì la madre, immaginata come si immaginano la madri: giovane e bella, con i vestiti di elegante femminilità dell’anteguerra, quelle vesti forse ancora conservate in un armadio, magari portate alle narici ogni tanto per sentire la traccia di un profumo. Chissà perché me la immagino somigliante ad Alida Valli.

Poi il fratello, bello, giovane sportivo, forse un poco invidiato, chissà. Sfuggevole come tutte le cose belle: “ci vediamo più tardi”, una bellezza vagabonda e capricciosa, un miraggio di afa o di neve cui nemmeno la memoria riesce ad aggrapparsi.

Poi l’amore adolescente, che viene per ultimo, ma ruba la scena, e per sempre. Arriva sulle orme di un paio di gambe snelle e luminose, sul ritmo indolente di una sedicenne. Che fatica tenere il passo, come pesa quella “delizia”, quella “smodata tenerezza”. E’ l’aprirsi per la prima volta alla bellezza del mondo. Che non si abbandona più, che non si ferma più se non si ferma prima il battito del cuore.

Infine, con quanta incredibile leggerezza e semplicità Raboni ci parla della morte. Sulle orme della bellezza la nostra vita insegue la sua ineluttabile meta, fino là “dove non c’è più traccia né di me né di voi”.

Ma, sembra di sentire Raboni, chi conosce la bellezza “sbanda” ma essa è “vittoriosa”. Una maniera per indicare che non muore mai e noi con essa? Perché siamo fuori dal tempo?

L’ultima sua raccolta (2002), contiene questa poesia dal titolo Barlumi di storia

«”Si farà una gran fatica, qualcuno / direbbe che si muore / ma a quel punto /ogni cosa che poteva succedere / sarà successa e noi / davanti agli occhi non avremo / che la calma distesa del passato /… ./ E tutto, anche le foglie che crescono, / anche i figli che nascono / tutto, finalmente, senza futuro”.»

Come Montale, che parecchio influenzò Raboni, vale la domanda: è la vita che sfugge dalla poesia, o è la poesia a sfuggire dalla vita? E se il nostro tempo si consuma lungo quella muraglia che ha in cima cocci di bottiglia, è pur vero che il muro ci separa dall’ignoto, che va solo scoperto.

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LA PIAZZA di Giovanni RABONI

Mi piace questa piazza. Più è deserta
e più mi piace. Posso popolarla
di chi voglio, incontrarci, camminando,
gli altrimenti introvabili.
C’è mio padre che pure, a quanto so,
da queste parti non c’è mai venuto
ma sembra contento di passeggiare
(lui diceva, mi ricordo, flâner)
sotto i portici, o di scrutare
l’interminabile crepuscolo
seduto a un tavolino del caffè
fumando lentamente
una delle sue Turmac con il filtro.
C’è mia madre, molto più giovane
di quando m’ha lasciato (dai vestiti
si direbbe persino che la guerra
debba ancora scoppiare):
sta aspettando l’autobus, forse,
o forse invece guarda i manifesti
della stagione di prosa, stupita
da tutti quegli attori e quelle attrici
che non ha mai sentito nominare.
E c’è, appena in ritardo, mio fratello
al volante d’una vecchia MG
(sì, per lui si può fare un’eccezione,
aprire per un attimo al passato
l’isola pedonale),
così magro, così bello, un ragazzo
di cinquant’anni! e vedo che sorride,
che mi fa segno con la mano
come a dire “ci vediamo più tardi”
ma con l’aria di volersene andare,
di voler proseguire già stasera
per dove fa più caldo o c’è più neve.

2.

Oppure ecco di colpo le tue gambe
meravigliose sui primi tacchi alti
della tua adolescenza.
Ti spio fra una colonna e l’altra, è fuori,
è alla gran luce che cammini, svelta
e indolente, dandoti arie
d’avere i sedici anni
che non avrai che a maggio. Come sbanda
per tenere il tuo passo vittorioso,
con che delizia s’affatica
di decennio in decennio
a inseguirti fin dove non c’è traccia
né di me né di noi
la mia smodata tenerezza.

Giovanni Raboni (Milano, 1932-Fontanellato, Parma, 2004), prima di dedicarsi alla letteratura, studia legge ed esercita la professione di avvocato. La sua carriera di poeta inizia nel 1961 con Il catalogo è questo  (Lampugnani Nigri) presentato da un’introduzione di Carlo Betocchi. Tra le raccolte successive si ricordano Le case della Vetra (Mondadori, 1966), Economia della paura (Scheiwiller, 1978)