L’ALTRA META’ DI PARIGI

Giuseppe Scaraffia è un autore noto e premiato, oltre che una persona simpatica e cordiale. Ha scritto l’ennesimo libro su Parigi. Ha avuto una buona idea? In una recente intervista su Rai storia ne ha parlato. Scrittori, poeti, saggisti, storici trattano, almeno dal 1789, di Parigi, che poi vuole dire la Francia. Gli appellativi per la Ville lumiere si sprecano, gli elogi anche, il suo fascino è indiscusso, la sua autorevolezza culturale e artistica pure. L’accento batte sovente su quell’insieme di fatti e personaggi riconoscibili e riconducibili all’interno di una comune identità, diciamo così, toponomastica-culturale: la Rive gouche. “ in quanto la riva sinistra della Senna è sempre stata, almeno fino agli anni settanta del novecento, storicamente al centro della vita letteraria, universitaria ed artistica di Parigi per la presenza dell’università della Sorbona, del quartiere latino e di Montparnasse” (cfr wikipedia).

Giuseppe Scaraffia

Bene, si è detto Scaraffia, ma la Rive droite? Perché trascurare questa parte di Parigi, che ben prima degli anni ’30 e per un periodo durato grosso modo vent’anni, è stata animata di artisti e intellettuali che hanno segnato con la loro vita e le opere quell’epoca di passaggio dall’800 alla prima guerra mondiale, alla nascita dell’esistenzialismo, le avanguardie artistiche e all’emancipazione femminile.

Sembrava, scrive Scaraffia nell’introduzione “un’alba magnifica, era in realtà un meraviglioso tramonto, che la lunga notte dell’invasione nazista chiuse definitivamente”.

Con L’altra metà di Parigi (Bompiani euro 32) Scaraffia ha tradotto questa idea, suddividendo il libro non per capitoli ma per arrondissement, cioè le circoscrizioni amministrative a destra della Senna, e per ognuna ha “mappato” le strade e i civici che nell’arco degli anni, che vanno dal 1919 al 1939, hanno visto soggiornare, frequentare, vivere e lavorare, questo o quel personaggio.  

Il libro si apre con il 9 di rue de Beaujolais e Colette per finire col 4 di avenue Anatole France e le vicende di Henry Miller e Anais Nin.

Solo dieci, se non ho contato male, gli italiani citati, cosa alquanto singolare se ricordiamo la numerosa colonia di connazionali presenti in quel ventennio a Parigi.

Scaraffia ha fatto largo uso di libri, autobiografie, saggi e ricerche, con frequenti citazioni testuali, inserite in scarne note di colore, ricostruisce interni ed ambienti secondo la vulgata, cita episodi plausibili, ma di fantasia, senza descrizioni originali o particolari interpretazioni di vicende note o di scritti, oramai troppo conosciuti e studiati.

Lo stesso personaggio (e sono moltissimi, un po’ affastellati e confusi, che ritroviamo nell’indice dei nomi) appare un po’ qua e un po’ là, in luoghi e anni differenti, sicché per ricomporne i tratti (artistici o anche semplicemente biografici) il lettore deve procedere a una faticosa azione di rimando mnemonico.

La scrittura bozzettistica di Scaraffia restituisce una immagine assai sbiadita di quegli anni, in cui i protagonisti, colti nella loro dimensione quotidiana, scadono a occasionali frequentatori, a “turisti per caso”, mancando alla fine di una cornice che li riassuma e caratterizzi. A volte gli aneddoti raccontati sono mere riempiture biografiche, particolarmente ricorrenti quando esse toccano la sfera sessuale: sembra quasi che dandy, pederasti, ninfomani, sadomasochisti e pervertiti di rango siano stati tutti concentrati in quegli anni su quella riva della Senna.      

La più vistosa lacuna del libro è però riassumibile nel tono rapsodico e superficiale, quasi scontato, con cui i personaggi sono presentati. Il volo panoramico sulla Rive Droit è un’idea bella, ma limitarsi alla vista dei tetti e al colore delle case, è un po’ poco.

Anziché portare il lettore a spasso da strada in strada, da civico in civico sarebbe stato forse meglio, che idealmente Colette e Henry Miller, e gli altri centinaia di personaggi citati avessero preso per mano i lettori per portarli nei luoghi della memoria, parlando della loro vita e di quella di Parigi in quegli anni irripetibili. La magia della scrittura avrebbe potuto fare questo miracolo, ma questa volta non è accaduto.