OMAGGIO AL CIGNO SUPREMO

Leggere Yogananda o chi scrive di lui dà serenità. E’ un po’ come quando si prende un respiro profondo, oppure quando lo sguardo ristretto si allarga improvviso di fronte all’orizzonte.

Yogananda Paramahansa

Parla di cose difficili Yogananda, ma come tutti i veri saggi si fa comprendere, usa le parole che sono le tue, con naturalezza e semplicità.

Se mai si volesse riassumere il suo messaggio, mi soffermerei in particolare su tre parole: verità, libertà, amore.

La ricerca della verità sta più nel cammino che non nella meta. Il sentiero che si apre sotto i nostri passi è il nostro sentiero. Il guru è disciplina, rigore se necessario, un sostegno fidato, più che una guida. L’allievo dove maturare la propria consapevole partecipazione in equilibrio che obbedienza e autonomia. A volte è difficile, costa fatica, certamente all’allievo, ma forse anche al Maestro, che deve misurare gesti e parole per indicare, spronare più che guidare, sempre rispettando l’autonomia delle scelte dell’allievo. Questa autonomia è necessaria altrimenti non ci sarebbe volontà o responsabilità, ma solo ossequio, vincolo gregario. Senza volontà e sforzo e scelta non ci sarebbe nemmeno un altro aspetto, sovente richiamato da Yogananda: il valore dell’esperienza.

L’esperienza di cui parliamo è contemporaneamente del mondo e di noi stessi, che poi vuole dire conoscenza. Vediamoli.

L’esperienza dal mondo è necessaria, è il primo passo. Acquisire le abilità per vivere nel mondo ci mette in condizione di “fare”, di realizzare -con la concretezza relativa che le contingenze ci offrono- i nostri progetti che, altro non sono, che il riflesso operoso della nostra coscienza.

L’idea che muove Yogananda è insomma contemporaneamente ideativa e operativa. La fede senza le opere non serve; insieme offrono il solo metro di paragone per misurarne la reciproca coerenza.

L’esperienza interiore, invece, è un altro pianeta, tutto da esplorare. Nei confini della coscienza, più o meno allargata le parole si fermano, non bastano più, anzi sono inutili. L’esperienza interiore è per definizione ineffabile, inesprimibile; essa sfugge ai sensi esteriori, solamente nel migliore dei casi ne intravvediamo il bagliore, ne avvertiamo l’energia creativa, attraverso gli occhi e nell’espressione dei veri Maestri. 

Anche l’azione di proselitismo di Yogananda si discosta da altri movimenti spirituali.   

La posizione di Yogananda va oltre il sincretismo, nella sua visione del mondo esso è una contraddizione. Da qui discende il suo rifiuto di considerare una religione vera e le altre false, oppure di distinguere fra fedeli e infedeli. Una visione ecumenica non nuova, ma che egli considera apertamente l’unica, sola strada compatibile con la sua visione cosmica e con la sua concezione dell’amore di Dio verso le sue creature.

L’idea della persona come espressione dell’amore di Dio non ammette distinzioni fra gli uomini. Esse non hanno valore, né possono giustificare distinzione o primati, ma solo la fratellanza comunitaria per cui molto Yogananda si adoperò negli ultimi anni della sua vita.

Con sguardo profetico Yogananda intravvide con largo anticipo profilarsi una religione senza fede, una spiritualità che anziché promuovere l’uomo come espressione di Dio, lo allontanava da Lui.

Tale pericolo trovava (trova) le sue radici nella istituzionalizzazione della fede, nelle chiese intese come apparati che sovrastano le ragioni dell’uomo e le sue esigenze di crescere secondo il disegno di Dio.

Kryiananda, forse il più coerente fra i suoi allievi, con la sua testimonianza e le sue opere, rifiutò questo approccio: prima viene la persona e la sua responsabilità, poi l’istituzione e le sue regole. Quest’ultime non possono mai prendere il suo posto.