PIGLIATE ‘NA PASTIGLIA

CANTA NAPOLI. A vent’anni dalla morte, Renato Carosone è ancora un fenomeno globale. Raccontò l’Italia del Dopoguerra con sorridente ironia, e senza il bisogno di lati oscuri.

“La rumba dei vi’Orologi”, “’O dadaista” (non nell’accezione artistica, bensì della didattica a distanza): ci fosse adesso un giovane Renato Carosone, nell’Italia spaesata e triste, sarebbero di questo genere i titoli delle sue nuove canzoni. Tornasse adesso col suo sorriso al pianoforte, e il batterista dicitore Gegè Di Giacomo per spalla, aiuterebbe milioni di persone a scrollarsi l’ansia e il rattrappimento esistenziale dopo oltre un anno di pandemia e di vittime. (Per rispettare la vita che continua, non per dimenticare la morte).

Simile magia compì nell’Italia degli anni Cinquanta, che si medicava ancora le ferite di guerra, partendo dalla città più martoriata dai bombardamenti e che s’era persino illusa di diventare “milionaria” con l’arrivo degli americani. Napoli gli prestò una melodia che era cuore, l’America gli infuse un ritmo che erano muscoli. Mescolando boogie-woogie e canti “a fronda”, il jazz di New Orleans con le scale di quarta aumentata e seconda minore, Carosone forgiò uno stile originale a dispetto dei puristi del “bel tempo che fu”. E se quest’anno ne fanno venti dalla morte, e l’anno scorso furono cento dalla nascita, i suoi successi sono sopravvissuti in salute a entrambe le scadenze e rimangono “globali”. Tra quelle italiane soltanto Nel blu, dipinto di blu, ’O sole mio e una manciata di canzoni possono vantare maggior popolarità mondiale di Maruzzella, Tu vuo’ fa’ l’americano, Torero e Caravan Petrol. Senza contare l’influenza esercitata dal maestro sulle generazioni successive da cui sarebbe gemmato il sound di Pino Daniele, mentre allo stile batteristico di Gegè Di Giacomo avrebbero attinto i maggiori percussionisti napoletani: Tullio De Piscopo, Tony Esposito, Rosario Jermano.

Un successo strepitoso che, agguantato e goduto, non rese prigioniero Carosone: si ritirò al suo apice, nell’autunno del ’59, per tornare sulla scena – per pura voglia di farlo – solo una quindicina d’anni dopo, quando era già passato dalle pagine di cronaca a quelle di storia della musica leggera (“devono ancora spiegarmi, però”, sono parole sue, “qual è la musica ‘pesante’”). Un successo che la mera qualità di ritmi e armonie non avrebbe conseguito senza lo spirito dei testi e la capacità di trasferire la miscela delle note e delle rime nelle esecuzioni dal vivo. Prima fu leader di un trio con Di Giacomo e il chitarrista olandese Peter Van Wood (che molti oggi ricordano più per gli oroscopi sul Messaggero, nella sua seconda vita da astrologo). Quindi diresse un sestetto che tenne la scena dei night e delle maggiori sale del mondo fino all’ambitissima Carnegie Hall di New York, dove Carosone fu il primo italiano e il secondo tra i musicisti non classici a esibirsi dopo il re dello swing, Benny Goodman, che vi era approdato nel 1938.

L’orchestra Carosone, alla destra del maestro Gegè di Giacomo

Comincia proprio da quella fastosa serata americana il film tv Carosello Carosone, come il titolo dei suoi sette album storici, andato in onda il 18 marzo scorso su Rai Uno con la regia di Lucio Pellegrini. Un’accurata ricostruzione biografica del maestro, impersonato con bravura da Eduardo Scarpetta (nome e cognome rimandano all’illustre avo teatrale). A chi conosceva Carosone solo per l’eco dei brani più noti, a chi ne ignorava il cammino verso la fama, il film consegna alcune circostanze significative. Come la perdita precoce della mamma Carolina, che lascia a Renato un malridotto pianoforte a muro “ma con tutta la musica dentro”, su cui il bambino prodigio si eserciterà fino al diploma di Conservatorio. Poi il periodo trascorso in Africa: diciassettenne s’imbarca per suonare in un ristorante-teatro a Massaua, però gli autotrasportatori piemontesi, veneti e bergamaschi della colonia non apprezzano il repertorio napoletano, sicché lui è costretto a procurarsi ingaggi ad Asmara e ad Addis Abeba, riscuotendo i primi successi con la sua orchestrina mentre in un modo o nell’altro attraversa indenne la guerra. Nel ’44 è nuovamente ad Asmara nell’Eritrea occupata dagli inglesi, dove incontra la ballerina veneziana Lita che tornerà con lui in Italia nel ’46. Gli resterà accanto per tutta la vita assieme al figlio Pino, che Carosone adotta come proprio: dettaglio svelato per la prima volta nel film di Pellegrini e su cui il musicista aveva sorvolato nell’Autobiografia dell’americano di Napoli.

Per molto meno di nove anni in Africa, quanti hanno magnificato la propria gavetta. Una formazione artistica che allo Shaker di Napoli, all’Open Gate di Roma, al Caprice di Milano sarebbe diventata scommessa vinta giorno dopo giorno, anzi sera dopo sera nel contatto vivo con un pubblico attratto ma pure spaventato dalle novità. In Italia la “restaurazione melodica” stava dichiarando guerra alle aperture jazzistiche, allo swing e ai ritmi “forestieri”. Carosone galoppava in sella a due cavalli: la tradizione classica partenopea modernizzata nell’arrangiamento, come Maruzzella ,e Pianofortissimo, brano di virtuosismo strumentale fra boogie-woogie, ragtime e nostrane nostalgie anni Venti. Non si fece disarcionare. E una volta che il commerciante di tessuti Gutteridge, da uno dei più carestosi tavolini, domanda perentorio l’esecuzione veloce di un brano, Carosone lo accontenta esasperando e sincopando i ritmi dei pezzi successivi. Va così sperimentando il nuovo stile. “Non sopportavo”, spiegherà nell’Autobiografia, “l’overdose romantica di testi e di motivi veteromelodici che ormai erano archeologia pura ma regnavano sovrani, come conveniva al paese dei papaveri e delle papere, dei sorrisi (a comando) e delle canzoni, di Sanremo, della Democrazia cristiana e della paura comunista… Basta il miele, i gorgheggi, il prendersi troppo sul serio, l’insopportabile pesantezza del cantar leggero!”.

Sarà spietato: dissacra il brano E la barca tornò sola, terzo a Sanremo nel ’54, che racconta l’ipertragico annegamento di tre fratelli pescatori per salvare una forestiera bionda, mentre la loro mamma aspetta invano sulla riva. Carosone rilegge a ritmo di beguine, con vocine sfottenti, gargarismi simulanti il mar mosso e Gegè che commenta il verso strappalacrime scandendo “e a me che me ne importa”.

Consuma analoga vendetta artistica contro l’ottocentesca Ciribiribin, inclusa in repertorio anche dal Trio Lescano, da Mario Lanza e Frank Sinatra, sempre facendo uso di vocine e di un arrangiamento canzonatorio prima della chiusa con tre colpi di pistola che ammazzano il soprano sul prolungato acuto terminale. Per trasformare le banalità “in un’esilarante scenetta situazionista” non fu necessario conoscere Guy Debord. Gli bastò attingere alla vena umoristica che attraversa da sempre il canone napoletano con brani come La pansè o Pigliate ‘na pastiglia, quando Gegè Di Giacomo erompeva nei rispettivi slogan introduttivi: “Canta Napoli, Napoli in fiore!” e “Napoli in farmacia!”. Sarebbe diventata questa la cifra tuttora immortale della band con adattamento alla tematica di ogni canzone. “Canta Napoli petrolifera!” per Caravan Petrol; “Canta Napoli, Napoli tatuata!” ad apertura di ’O pellirossa.

Non ebbe bisogno, Carosone, di scadere nell’acido della satira né di cadere nell’acido lisergico per sostenere l’innovazione musicale. Contraddisse con un percorso cui è tecnicamente applicabile l’aggettivo “apollineo” la retorica dell’artista maledetto e dell’infanzia afflitta, della giovinezza alcolica o malinconica, della necessità di un “lato oscuro” che bilanci la luminosità della ribalta. Si sarebbe spento nel 2001 serenamente nel suo letto, a differenza del cantante di successo suo coevo Fred Buscaglione, morto troppo presto in un incidente d’auto (come Rino Gaetano) e votato sebbene in forma ironica alla criminal song.

Osservò Maurizio Costanzo che quella di Carosone fu una “ironia sorridente e mai irridente”. Cantò le smanie e le nevrosi dell’Italia reale anche grazie al talento del paroliere Nicola Salerno, alias Nisa: Pigliate ’na pastiglia scherza sui (primi) ricorsi ai tranquillanti, ’Stu fungo cinese! sulla moda commerciale di una muffa (in realtà coltivata in Piemonte) cui si attribuivano portentose virtù curative per eczemi, stipsi, arteriosclerosi, regolazione del ciclo, potenza virile; Caravan Petrol, che Fiorello riproporrà nel film Passione di Turturro, descrive l’illusoria ricerca dell’oro nero nelle viscere di Napoli durante gli anni gloriosi di Enrico Mattei; Torero e Tu vuo’ fa’ l’americano sfottono l’esterofilia dei ragazzi anni Cinquanta, trasposta al cinema da Alberto Sordi/Nando Moriconi in Un americano a Roma. Perché Carosone, l’innamorato della musica d’Oltreoceano che suonerà fino all’ultimo Rapsodia in blu di Gershwin, non sopportava “la colonizzazione del subconscio sonoro” né poi stimò, sottolineava nell’Autobiografia, “un pop che vuole travestirsi da world music… La mia America era napoletana, il mio Brasile era napoletano”.

Quando abbandonò l’attività, perché è meglio lasciare mentre baci la gloria che all’avvio del declino, altri gusti sonori si stavano imponendo in Italia. Carosone intanto si dedicava alla pittura e a un rinnovato studio del pianoforte sugli spartiti di Clementi, Czerny, Chopin, Liszt e Beethoven. Tanto, il suo mito marciava da solo. Maruzzella non fu cantata solo nel film Una vita difficile di Dino Risi: si ritrova nel ‘73 in Mean streets del giovane Scorsese; la menziona Jean-Claude Izzo nei romanzi con il commissario Montale; e fra gli adattamenti di Tu vuo’ fa’ l’americano c’è stato quello del rapper francese Akhenathon e la citazione nel film Il talento di Mr. Ripley di Minghella. Più le versioni dell’Orchestra Italiana di Arbore e di quelle che, da qualche parte nel mondo mentre qui scriviamo, lo staranno suonando (sì, persino in pandemia).

Il chitarrista e compositore romano Francesco Di Giovanni è un testimone privilegiato del ritorno in pubblico di Carosone, che lo scelse nel 1980 per formare un nuovo quartetto. “Un batterista gli aveva fatto il mio nome e lui mi telefonò, invitandomi ad andare con la chitarra a casa sua sul lago di Bracciano. Mi portò in uno studiolo dove c’era il pianoforte a coda, improvvisò un blues e disse: ‘Lei suoni con me’. Alla fine del pezzo sorrise e disse: ‘Bene, è dei nostri’. Avevo superato l’esame, ma fu solo il primo”, ci racconta Di Giovanni, al quale come agli altri musicisti Carosone avrebbe sempre dato del “lei”. “Preparammo un repertorio di circa venticinque brani e le prove, a differenza di come s’usa adesso anche tra professionisti di livello, furono una quarantina e durarono mesi. Pretese che imparassimo tutto a memoria, sul palco non voleva spartiti e leggii né noi conoscevamo l’ordine d’esecuzione, perché la scaletta la decideva sul momento”.

Nulla di quel che Carosone pareva improvvisare, come sembra a rivederne i filmati, lo era veramente: fu un perfezionista che gestiva ogni dettaglio. “Arrivavamo nel luogo dello spettacolo sempre il giorno avanti. Lui prima dei concerti non beveva, non mangiava. S’accordava il pianoforte da solo e si esercitava tantissimo. Sul palco, invece, sembrava fosse nel salotto di casa sua, parlava col pubblico, passeggiava. Voleva che noi sorridessimo – ricorda Di Giovanni – e che vestissimo un elegante completo bianco, la giacca doppiopetto e il papillon rosso. Ci pagava benissimo: 200 mila lire a sera. Non era generoso solo per questo, ma per lo spazio che ti offriva sulla scena”. Come aveva fatto con Gegè, Carosone sapeva che valorizzando i talenti dei suoi musicisti avrebbe beneficiato anche se stesso: “Facemmo una tournée in tutta Italia, cantando in posti stupendi come Piazza della Signoria a Firenze, la Certosa di Capri, il roof garden del Casinò di Sanremo, l’Anfiteatro romano di Lecce. A un certo punto Carosone s’alzava accanto al piano e mi lasciava la scena per gli assoli di chitarra. Mi presentava al pubblico come Frankie, ed è così che amici e colleghi, a distanza di quarant’anni, mi chiamano ancora. Io mi ricordo tutto: la brezza estiva sul palco, il cielo della bella stagione e le note del suo pianoforte nell’aria, dai complicati arrangiamenti ritmici di classica a Malafemmena di Totò e Maruzzella. Me lo ricordo come se fosse un sogno. Che sogno eccezionale”.

Francesco Palmieri per il Foglio Quotidiano