RENZI EPIFENOMENO

 

 

Il fenomeno Renzi è ancora da capire e da osservare, dal momento che per qualche tempo ancora la sua parabola sarà in crescita. I due anni trascorsi come segretario del PD e Presidente del Consiglio ci dicono molto di lui, ma ancora di più dell’Italia. Sì, perché è ancora vero il detto che un popolo si trova i governati che merita.

Renzi appare sulla scena alla fine del ciclo berlusconiano e nel pieno della crisi economica più lunga del dopoguerra. Emerge in due mosse. Si impadronisce del PD, in cui l’anima cattolica e quella post comunista, dopo l’iniziale emulsione, sono tornate a separarsi come acqua e olio irranciditi. Poi, al termine di una lite di palazzo con predecessore e senza essere eletto, si impadronisce del Governo. Come premier fa man bassa di tutto senza colpo ferire, solo qualche rottamazione di facciata (il bolso D’Alema, l’ineffabile Rosaria Bindi), ma con discontinuità ed eccezioni. Con l’istinto che precede l’analisi fa propri furbescamente alcuni facili slogan della destra, come meno tasse, più lavoro; litiga con i sindacati, distribuisce etichette di gufo a destra e a manca, approfitta di un Parlamento stordito per infilare in porte oramai fondate, alcune riforme vecchie come il cucco, ma col piglio giovanile, che piace alla gente, di chi ci crede e ci prova. Esordisce sulla scena internazionale con qualche approssimazione, ma non trova intorno al tavolo statisti degni di questo nome, e la sa vendere bene, è attivo e dinamico. Il suo nome e il suo viso devono richiamare solo cose positive. Evita perciò accuratamente non dico  di stare in compagnia, ma persino di sfiorare e associare se stesso a fatti o persone negative: rifugge funerali,  non conforta gli  alluvionati o le vittime della mafia, Roma capitale sembra per lui una città straniera, mentre è pronto a stare a fianco sorridente di  campioni sportivi, premi Nobel, astronaute, imprenditori di successo, capitani d’impresa rudi e positivi, come Marchionne. Supplisce all’evidente inesperienza e alla mancata conoscenza delle burocrazie, delle regole, del fair play istituzionale, con un tono sostenuto che rasenta l’arroganza, ma soprattutto con dinamismo, voglia di fare che spiazza le sonnolenti classi dirigenti post mani pulite. Per tutto ciò, in fondo, è anche simpatico, e suo tramite gli italiani si sono tolti parecchi sassolini dalle scarpe.

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Fotomontaggio Edoardo Baraldi per Dagospia

In fondo Renzi è un epifenomeno, come Berlusconi lo è stato della prima repubblica. Renzi ha capito che la democrazia oggi non è quella ateniese o quella che si apprende nei testi di sociologia politica. Nella sua versione pop essa è fatta da un insieme di indicatori di benessere, di qualche libertà basilare e da una buona dose di demagogia in cui predomina un populismo alquanto opaco e una rappresentazione della  realtà affidata ad un’informazione eterodiretta e alla messaggeria a 140 caratteri, vera e propria agorà globalizzata.

La legge di stabilità 2016 (ex finanziaria) si muove coerentemente in carattere, con un colpo al cerchio e una alla botte, tenendosi ben lontana dal tagliare le unghie alla burocrazia, o da mettere a stecchetto le fameliche orde che si annidano nelle segreterie assessorili, nei centri di spesa sparsi per la Penisola, nelle aziende di Stato e in quelle partecipate da enti locali e regioni, nelle redazioni della tv pubblica e dei giornali sovvenzionati, insomma, in quel onnivoro e babelico carro di Tespi che è lo  Stato italiano.

Renzi non è un rivoluzionario, non ne ha la vocazione, né l’ardore visionario. Non è nemmeno un riformista, perché gliene manca l’ispirazione e il passo lungo. Si dice che stia svendendo la cultura della Sinistra italiana. In realtà non può disfarsi di quello che non ha. La parola “compagni” detta da lui, se non sembra un insulto, gronda sarcasmo.  E’ un post-democristiano (generazione politica di rango, a ben vedere storicamente le cose) con un bagaglio culturale approssimativo, privo di strategia politica di lungo termine. E’ un tattico, con buona capacità manovriera, armato di astuzie per lusingare gli uomini, sfruttarli senza farli crescere, rimanere solo al comando.

RenziQuesta storia del “ducetto” va però meglio descritta, perché in parte è una banale caricatura politica del personaggio, in parte è sintomatica del fare politico renziano, che molto è influenzato dal suo carattere, un po’ come succedeva a Bettino Craxi, altro politico tattico per eccellenza, che non seppe capire che con il crollo del Muro di Berlino la politica, imperniata sugli storici partiti di massa, sarebbe stata rovesciata.

Renzi non fa squadra, non farà scuola né lascerà eredi, avrà sempre più postulanti che amici perché sa solo usare i compagni di viaggio per poi lasciarli da parte e nel momento inevitabile dell’eclissi si ritroverà solo con se stesso e dimenticato. Chi lo rimprovera ignora i precedenti illustri, ma soprattutto (e qui sta il punto!) pensa ad un agire politico inesistente, perché la politica può ammettere convergenze, compromessi, ostaggi, ricatti, certamente corruzione, ma non ammette amicizie, mai! Chi lo pensa è un idealista, cioè un ottimista disinformato dei fatti.

Si potrebbe fare di più e meglio? Domanda sbagliata perché “se e ma” non ammettono varianti reali, ma solo la nostalgica incomprensione e la marginalità politica. Poi, sarebbe ingeneroso nei confronti del primo ministro in carica, il quale ha ereditato un Paese in bilico e ha di fronte problemi parecchio complicati.  Credo non resti che dargli corda, non per augurargli che vi si impicchi ( i primi a penzolare saremmo noi), ma perché, magari senza volerlo, combini qualcosa di buono. E’ giovane, ardito e ha fortuna,pare.