Sum’mastru Giuliani

Sum'mastro Giuliani
Sum’mastru Giuliani

Nel muro di ingresso della mia casa è appeso il piccolo viso di un putto in legno di noce che proviene dal tabernacolo dell’altare della chiesta di santa Lucia in R…., dove venni battezzato.

Alcuni anni or sono un misterioso incendio distrusse l’altare. Mia zia Iolanda, fra le ceneri, intravvide il viso del putto, lo custodì e volle poi donarmelo. Da allora lo tengo come una reliquia.

L’altare andato in fumo era opera dei maestri intagliatori di R…….., noti e apprezzati fra 800 e 900 in tutto il Mezzogiorno. Studiosi di storia locale ne hanno rintracciato le commesse fin nel Regno d Napoli. Opere di stile barocco, ma senza le preziosità e gli appesantimenti che contraddistinguono gli arredi sacri delle chiese più importanti e ricche. Uno stile fresco e diretto e un modellato senza ricercatezze, una iconografia semplice e immediata, come si conviene  a opere di devozione popolare.

Mio zio Franco, valente falegname, non è stato un intagliatore. Sulle orme del padre,-  nonno Vincenzo, che ancora troneggia con severa austerità nel salottino di casa di mio zio da una vecchia fotografia ritoccata,- Mastro Franchino(così lo chiamavano), è stato valente in una arte che rispondeva ai bisogni di una clientela poco esigente e pratica: porte, finestre, qualche mobile, per lo più credenze o scrivanie. Solo ora da anziano, per passatempo e per vincere la malinconia della vecchiaia, il suo estro si è cimentato in una prodigiosa produzione di oggetti d’uso in miniatura. Per lui, più un gioco che altro. Nonno Vincenzo, invece, fra le due guerre e anche dopo, oltre a zoccoli, al prete per sostenere i bracieri, alle madie e cassapanche, costruiva botti per il vino, sagomava abilmente testate di letti, stipiti e alzate di mobili. Ebbe anche commesse per costruire scafi di barche e un telaio meccanico, il primo in provincia di C……. In mancanza di utensili se li costruiva da sé. Alcuni ancora giacciono impolverati nella rastrelliera sopra il bancone di lavoro, macchiati di mordente e incrostati di colla di pesce.

Nonno Vincenzo dicono fosse un uomo imponente, con un viso aperto, profondi occhi marroni, una eleganza che nemmeno gli abiti da lavoro riuscivano a nascondere. Zio Franco, con foga e sguardo orgoglioso e lucido di emozione, racconta che Vincenzo doveva farsi accompagnare sempre da un discepolo per evitare le trappole d’amore con le quali comari o giovani vedove di guerra volevano catturarlo, fra una piallata e l’altra.

Zio Franco ebbe l’onore di essere discepolo dell’ultimo  intagliatore di R……., sum’mastru Giuliani.

Correvano gli anni ’50, R….. era allora un paese povero ma sereno. Un gruppo di piccoli proprietari terrieri, residuo del latifondo pre-unitario, che stava in cima, beandosi di sentirsi chiamare ancora “don”; qualche agricoltore divenuto imprenditore lavorando la lana, le castagne o i fichi secchi, oppure vendendo il vino prodotto nella vicina valle del S….., su terreni scoscesi , ben esposti a settentrione e rivolti alla marina lontana. D’estate si incontravano sparuti professionisti o funzionari pubblici trasferitesi nella vicina C……. o addirittura al Nord, ma ancora legati per affetti o interessi al paese d’origine.

L’apertura dell’autostrada che da Salerno porta a Reggio, che risale alla fine degli anni 60, rompendo l’isolamento apriva quelle contrade ad un cambiamento, tuttora  in atto e destinato a snaturarne il carattere.

Sum’mastru Giuliani aveva una bottega che dava direttamente sulla rotabile nazionale, l’attuale SS 19 aperta da Gioacchino Murat quando venne nominato nel 1808 re di Napoli.  In quegli anni sessanta,  le automobili che passavano erano così rare che si poteva camminare in mezzo alla strada e, secondo l’abitudine locale, fermarsi di frequente per sottolineare con un vigoroso agitarsi delle mani, i punti più scabrosi o ostici dei  discorsi.

Ricordo Giuliani come un uomo piccolo e  silenzioso, un poco curvo, macilento nel volto. Rideva raramente. Allora gli occhi si illuminavano e coglievi nello sguardo una interna fragilità, il peso di un’ombra.

Aveva delle mani piccole e delicate, quasi femminee, con le quali accarezzava il legno, poi sistematasi una coppola di feltro blu che teneva sempre in testa, prendeva a  saggiare a piccoli colpi di sgorbia, inseguendo un disegno che aveva in testa, per quelle vie che l’antica arte tramandata e il suo estro gli indicavano.

Alcuni anni fa, visitando la casa di un ricco commerciante del paese, il mio sguardo fu attratto da una imponente stanza da pranzo, credenza, tavolo e sedie, angoliera, in legno massiccio, finemente intagliata. Il proprietario mi confermò: sì quella l’aveva fatta il maestro Giuliani.

Allora, tutto veniva fatto a mano, quanti mesi di lavoro erano stati necessari? Probabilmente il costo, oggi esorbitante, sarà stato contenuto per quella inveterata abitudine di allora di considerare il lavoro manuale di poco valore, anche quando, come in questo caso, si fa arte.

Oggi ho preso il putto della V…….. per nutrirlo con un poco di olio di lino. Il lucido ravvivante ha tirato fuori la traccia di un sorriso che non avevo notato.

Certo, il putto non è uscito dalle mani delicate di Sum’mastru Giuliani, magari da quelle del suo maestro sì.