TORNEREMO ANCORA

 

Ti invito al viaggioin quel paese che ti somiglia tanto, dove i  soli languidi dei suoi cieli annebbiati hanno, per il mio spirito, l’incanto dei tuoi occhi, quando brillano offuscati. Laggiù tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà

 

Sono i versi della canzone di Franco Battiato Invito al viaggio, ispirata a una poesia di Charles Baudelaire.

Li riporta nel suo bel articolo, apparso sul Foglio domenicale, Simonetta Sciandivasci, una giovane e brava giornalista, battezzata, materialista e meridionale, come si definisce.

Franco Battiato è da tempo malato, il suo ultimo album Torneremo ancora è stato accolto come fosse un testamento: contiene un solo inedito, che appunto dà titolo alla raccolta. Potete sentirla riprodotta in fondo all’articolo. Il video ha ricevuto migliaia di commenti in pochi giorni, troppi hanno il tono di un necrologio, tutti esprimono il rammarico per qualcosa che si ama e che si vede poco per volta spegnersi.

Le rovine del monastero di Ganden nl 1958, prima del restauro

Il cantautore ha una voce vacillante, incerta, quasi provenisse da lontano, da un essere in volo sulle vie di una terra senza confine, su quel mondo che offuscato si allontana ai suoi occhi, ma che pure continua a esplorare.

Non credo dispiaccia a Battiato l’etichetta dell’esploratore, del viandante, del migrante, da momento che nelle sue canzoni il viaggio è l’essenza stessa della vita. Errare, scrive acutamente Simonetta Sciandivasci, è sì un dolce e curioso vagabondare, una maniera per sottrarsi alle angustie e alla noia quotidiane, ma è anche sbagliare. Perché, come canta Battiato, se siamo esseri mortali caduti nelle tenebre, siamo anche costretti a cercare la verità senza trovarla, ma pure dobbiamo farlo, fino a che l’ultimo viaggio non ci apre quel mondo inviolato che ci aspetta da sempre.

Panoramica del monastero, di Ganden dopo gli interventi di restauro

Il contautore sente la morte vicina, ma l’affronta in Torneremo ancora con leggerezza, luminosità, la musica si trasforma in preghiera, con i toni di quella cura che vuole dire protezione, sostegno, amore.

Vista di Tozeut- Tunisia

Quanti luoghi ci ha fatto immaginare Battiato con le sue canzoni? Il Tibet con monastero di Ganden, la Tunisia di Tozeur, la Russia di Prospettiva Nevskij, i campi del Tennessee, ci ha fatto girare sui metro giapponesi. Scrive Sciandivasci: “ Come potrebbe essere questo un testamento, quest’altro viaggio… l’ultimo di decine di altri, tutti popolati da danzatori sufi, profughi afgani pellerossa americani, squaw pelle di luna, uomini con clave e uomini civili, vecchie bretoni, nomadi, viandanti, forestieri, pigmei dell’Africa, aborigeni dell’Australia.”

“Il mistero, per Battiato, è la legge davanti alla quale i vivi e i morti sono uguali, ed è la sola verità che sente di avere compreso e di volerci lasciare, non perché ci rimanga come testimonianza, ma perché valga come invito e sprone” per quel viaggio verso dove, come scriveva Baudelaire, tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà.  

Roberto Ferri, vecchio amico e collaboratore di Battiato, ha detto alla stampa che avrebbe scritto con lui un brano inedito. In esso il cantautore direbbe: “E mi ritrovo a fissare il muro…oggi il cielo non si fa guardare… un giorno nasce, un giorno muore. Io, non sono più io… ho bisogno di sognare quello che non riesco a fare ed il mio sentirmi male mi fa credere anche in Dio”.  Ebbene, quel “io non sono più io”, voglio interpretarlo non come un atto di resa al male, ma come l’inizio di un dialogo che un uomo, nella sua fragilità, ha oramai con Dio.