ULTIMO VIENE IL CORVO

Favola ultima e totale, «l’assemblea degli animali» ci restituisce quel che avevamo distrutto, ci richiama all’ordine davanti alla bellezza e, quel che più conta, ci sradica l’incessante paura dell’ineluttabile.

LA FAVOLA DI FIDELFO NELLA LETTURA CHE NE FA IL CANTAUTORE ROBERTO VECCHIONI

Ultimo viene il corvo, beffardo e insinuante in questo romanzo-apologo del greco-italiano Filelfo.Il corvo è presenza volitante sopra una natura massacrata dall’insipienza o meglio dalla «dimenticanza» umana, il vero peccato originale, la punizione per non essere noi più tutt’uno col mondo vivente, ma astratti teoremi, creature devianti dal creato e, come sentenzia il re Topo (quello di De André), destinati a distruggerci da soli.L’«assemblea degli animali» non è, chiariamolo subito, un remake di Orwell, dove gli animali scopiazzano gli uomini, e neppure lontanamente una farsa moralista di uomini in veste di animali, come in Esopo o La Fontaine. Un Filelfo spietato e coltissimo (ho contato almeno 80 citazioni) ha ben altre forme, dal realismo macabro al surrealismo alla «Chagall», e ben altri intenti da esporre.Gli uomini devono sparire. Gli uomini sono il «virus» dell’universo, gli animali il rimedio, il vaccino.

Non il contrario, dunque, come crediamo noi. Ma come? In un raduno affollatissimo di ogni specie, razza e sottospecie si sentenzia di tutto. Il leone e l’aquila non hanno dubbi, il re dei topi, professionista in pandemie, ha già un disegno pronto, il giaguaro sobilla l’uditorio, la tensione è a mille. A nulla servirà la mediazione implorante della balena: «Se con voce struggente canteranno, e impareranno dalla sventura, e adempiranno il voto fatto alla natura, che si salvino».Soli, in disparte, il cane Mo-Mo e la gatta bianca vivono il loro piccolo dramma esistenziale. Loro sanno. Sanno che «gli uomini non trovano felicità in una condizione di pace mentale, ma al contrario in un continuo scorrere del desiderio da un oggetto all’altro».La gatta bianca che scenderà agli Inferi dei topi per perorare la causa umana vive ancora nell’illusione sognante che gli uomini siano «animali politici», che respirino con gli altri, per gli altri. Ma il re dei topi è inflessibile: l’umano s’ingozza di se stesso, altro che bene comune.E qui si apre e cammina per pagine e pagine il nucleo commotivo del romanzo: l’epica disarmata del cane Mo-Mo e l’elegia disperata di chi ben conosce l’infelicità umana: «Vivono come se non dovessero morire e muoiono come se non avessero vissuto». Lui, Mo-Mo, allo scoppiare della pandemia avverte l’imminenza della fine, ora che sono i cani a portare in giro i padroni, e sbotta nella sua personale meravigliosa parafrasi del Pater noster: «Madre nostra che sei falce in cielo, sia ululato il tuo nome, venga il tuo Regno, ma non ora. Sia fatta la tua volontà, ma non stanotte…».

E morirà col padrone. Filelfo concede questo squarcio di romanticismo al cane, ma sa che «sotto il velo dell’apparenza ogni vita umana non è altro che un breve sogno dello spirito infinito della natura», come dice Schopenhauer, e risolve l’enigma della Sfinge in ben altro modo: non è l’uomo la soluzione bensì il «sapiente» che sa trasformarsi da bestia in uomo e da uomo unirsi alle bestie. La tesi del ritorno all’origine si dipana in un sapiente balletto di sinonimi e contrari: da un lato madri, donne quindi molto più prossime a questo concetto di armonia universale, dall’altro ciclisti e podisti del tutto indifferenti al paesaggio intorno e convinti che prima o poi ogni cosa possa essere come prima, quando sul sonno della ragione dominava l’affanno del produrre per vivere.

Qui Filelfo entra magicamente nel paradosso del surreale, trasforma tutti i corpi mortali in spiriti coscienti, «totemismo avanzatissimo» e tanto incredibile quanto logico. La conclusione è un tripudio di metamorfosi: la ragazza in sirena, il vecchio curvo sulla bici in centauro e Mo-Mo stesso nel suo padrone, salvo conservare il suo muso da cane. La seconda e ultima assemblea si svolge fra le stelle, le costellazioni stesse assumono tratti umani, la distruzione si traduce in resurrezione, la fine in principio. I sapienti, i giusti, e di giusti ne esistono eccome, si riconoscono «animantropi», riscattano il peccato originale della «dimenticanza» e tornano a essere tutt’uno con il creato, chiudono il cerchio dello smarrimento esistenziale, ritornano alla vita, a essere vita. Favola ultima e totale, «l’assemblea degli animali» ci restituisce quel che avevamo distrutto, ci richiama all’ordine davanti alla bellezza e, quel che più conta, ci sradica l’incessante paura dell’ineluttabile. —

Articolo di Roberto Vecchioni

In copertina e nell’articolo, foto di Heji Shin, fotografa tedesca (1976) che vive e lavora a New York