UNA VITA MIGLIORE, A QUALUNQUE COSTO

La donna guarda un’altra volta la bambina che tiene in braccio. Ha solo cinque mesi, ma sa già che non riuscirà a crescerla, nella sua situazione. Entrare e uscire di galera è la normalità, e non si perdonerebbe mai se la figlia dovesse fare la sua stessa fine. Sì, si dice, abbandonarla è un gesto d’amore. Camminando per la Stazione Termini, incrocia lo sguardo di una donna e la sceglie. “La prego”, le dice mentre lascia la bambina tra le sue braccia, “si prenda cura di mia figlia, faccia la cosa giusta per lei. Io non posso starle accanto con la vita che faccio, ma voglio solo il suo bene”. Guarda la bambina, che non piange, sembra già forte, osserva con i suoi grandi occhioni verdi, uno sguardo intenso, come se già avesse capito e sapesse di potersela cavare. “La prego, se ne prenda cura. Si chiama Patrizia”.

Sono stata adottata. Mia madre biologica mi abbandonò una notte alla Stazione Termini, lasciandomi tra le braccia di un’altra donna a cui disse solo il mio nome: Patrizia. Per quanto possa sembrare assurdo, fu la scelta migliore. Non desiderava morire e avrebbe continuato a lottare giorno e notte con il coltello tra i denti per potermi regalare una vita dignitosa, ma era stanca, stanca della solita tarantella, di vedere i suoi figli che continuavano a soffrire.

Un giorno, avevo tredici anni ed ero a Roma, nella mia camera, feci un patto con me stessa. Mi promisi che avrei riscattato mia madre, che avrei fatto degli affari migliori dei suoi. Lei aveva scelto l’eroina, che invece di aiutarla a portare a termine i suoi piani l’aveva fatta cadere nella trappola dell’autodistruzione. Mi promisi che non l’avrei mai toccata, ma anche che non avrei mai passato un giorno senza un soldo nelle tasche. Mi promisi che mi sarei creata un futuro, una vita migliore. A costo di finire in galera.

Da quel momento la mia vita cambiò. Iniziai a ribellarmi ai miei genitori adottivi (una famiglia incasinata, mia madre non faceva altro che litigare con mio padre e alla fine divorziarono). Il mio sangue apparteneva a un’altra specie di famiglia, mi sentivo diversa perché sapevo che la mia crescita non affondava su radici vere.

Odiavo tutti. Le giornate di quella vita di merda passavano e un dolore immenso cresceva e pesava sempre più dentro di me. Odiavo tutti, sempre di più. Così arrivò il momento in cui feci amicizia con l’asfalto. La strada! Io, da sola, in mezzo a lei. Mi sentivo così libera che nulla era paragonabile. Mi sentivo come un uomo in mezzo al deserto, avevo trovato l’unico posto che riusciva a donarmi pace. Ma la vita continuò a prendersi gioco di me. Capii che con le bugie sarei potuta andare avanti, e che non è vero che vengono sempre a galla. Potevo camparci, e così feci fino al giorno della mia cattura. Però una cosa l’ho imparata: con le bugie non si può tornare indietro. E non si possono curare e rimarginare le ferite.

Ho una bruciatura sulla coscia. Non ho mai raccontato a nessuno come me la sono procurata. Avrei dovuto andare all’ospedale per mettere i punti, ma non volli. Nel mondo che frequentavo non esistono amici, ci si scanna per soldi, è solo una questione d’affari. Mi trovavo con degli uomini che non avevano alcun rispetto per me, ma erano molto più grandi e per questo non dissi mai nulla. Mi incisero. Con un pezzo di ferro arrugginito. Scappai, ma mentre scavalcavo il cancello uno di loro mi colpì ancora, ferendomi dietro al ginocchio. Chiamai Claudia, la mia madre adottiva, e le chiesi di venirmi a prendere. Arrivò rapidamente, percepivo la sua paura.

Montai in macchina ubriaca e sanguinante, tanto che lei mise un asciugamano sul sedile per non sporcare. Cominciai con le mie solite bugie. Dissi che ero rimasta a piedi, che mi ero divertita ma avevo bevuto un po’ troppo, una mia amica aveva perso le chiavi di casa e mi ero ferita tentando di scavalcare il cancello per entrare nel giardino e aprire la porta. Fece finta di credermi. Tutte le domande (e la tua amica dov’è finita? Come ha recuperato le chiavi di casa? Non c’è nessun altro che deve tornare a casa?) le tenne per sé. Era una madre distrutta e non voleva immaginare il vero motivo di quelle ferite. Tutte le volte che in seguito provò a chiedermi come fossero andate veramente le cose, ho sempre cambiato versione, finché lei ha smesso di domandare. Era l’unico modo per rimanermi accanto, smettere di domandare.

Estratto del racconto “Pensieri doppi”, che si trova nell’antologia “Mala follia, Racconti dal carcere”, a cura di Antonella Bolelli Ferrera, introduzioni di Edoardo Albinati e Patrizio Gonnella (Perrone editore)